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giovedì, 11 settembre 2008

 
7 anni, but we'll never forget


Un altro september eleven, il settimo nel quale ricorre l’anniversario del giorno più brutto, del giorno nel quale il mondo ha bruscamente sterzato in una direzione inimmaginabile, incredibilmente senza che ancora tutti a bordo di questa strana comunità che possiamo definire “occidente” se ne siano accorti o abbiano voluto farlo.

Non riesco a mutare i miei umori, con l’avvicinarsi di questo giorno. Ieri sera, al circolo del MAE per un evento, ho chiacchierato un po’ con 4 simpatici vecchietti americani (due di discendenza italiana) provenienti da quella roccaforte blu che risponde al nome di Rhode Island. Brava gente … una di loro mi ha colpito al cuore sostenendo che voleva la cittadinanza italiana perché non le piaceva molto girare col passaporto americano. Una coltellata, data senza sapere né volere fare male. Eravamo dunque lì, io che avrei subito barattato il mio status di italiano col suo di americana – e viceversa, ma a differenza di lei io alla mia cittadinanza attuale avrei rinunciato volentieri se necessario – quando non so come il discorso si è spostato sull’11 settembre. Io non volevo, perché avendo capito che tipo di liberals avevo di fronte temevo un po’ dove si sarebbe andati a finire. E lì, al circolo del Ministero degli Affari Esteri, nella penombra di una fine di estate romana, ho avuto riprova delle mie capacità diplomatiche che in gioventù mi avrebbero dovuto portare a perseguire la carriera diplomatica, ormai una vita fa. Sono stato sottoposto ad una sorta di giuliettochiesapensiero su ciò che avvenne 7 anni fa: dolorosissimo. Oggettivamente mi mancava la forza e la voglia di scalare una montagna di menzogne, nei confronti di 4 settantenni che si lamentavano della loro fortuna – quella di essere americani – e bestemmiavano su ground zero. Provavo solo pena nel cuore per chi non c’è più perché quel giorno è morto, e ovunque sia si vede sfregiare quotidianamente da queste assurde teorie, che purtroppo fanno presa anche su gente affatto cattiva come i miei commensali di ieri sera, forse (si lasci che io faccia finta di crederci) solo eccessivamente presa da una lunga campagna per le presidenziali del prossimo novembre.

Lo scorso aprile ho visitato il WTC visitor center dedicato al september eleven. Era a Greenwich st at Church st, accanto alla famosa FDNY Firehouse 10, ora si è spostato al ventesimo piano di One Liberty Plaza. Ho fatto di tutto per non commuovermi, mi sono detto di non farlo, e poi dopo cinque minuti dal mio ingresso ero lì che singhiozzavo come una vecchia zia. Solo le storie che mi raccontava mio padre di quando combattè con la quinta armata durante la seconda guerra mondiale avevano un simile effetto su di me: e naturalmente il medesimo effetto ce l’ha l’inno, che sebbene sia la suoneria del mio cellulare, e quindi sebbene io senta quelle note 20/30 volte al giorno da anni ormai, suscita sempre una grande emozione in me, specie quando è ben cantato. Fate un giro sul sito del memorial (www.national911memorial.org), e se potete andate a vederlo di persona. E’ un piccolo tributo che potete offrire alle vittime di round zero, a voi stessi, agli Stati Uniti, a New York e ai newyorchesi, e al mondo intero che sembra aver dimenticato chi fece cosa a chi e perché lo fece.

Questa mattina, dopo una notte agitata come sempre lo sono quelle tra il 10 e l’11 settembre, è capitata una cosa significativa. A casa beviamo acqua minerale, che compriamo in bottiglie di plastica. Una volta finita l’acqua, mettiamo le bottiglie in una busta, per poi portarle nei cassonetti per strada destinati alla plastica. Le bottiglie prendono molto posto, inutilmente, se le si lascia così come sono: contengono solo aria, e fanno sì che il cassonetto si riempia subito, e che si debba lasciare il resto sul marciapiede. Basta schiacciarle, dall’alto verso il basso, e si riducono alla base e poco più e prendono meno spazio. Ecco, stamattina ne avevo due, e schiacciandole mi si è fermato il cuore: era proprio come rivedere le torri che dall’alto verso il basso crollavano riducendosi come quelle bottiglie, apparentemente con la stessa facilità e velocità, come se qualcuno particolarmente cattivo (stronzo? fetente? che aggettivo ci metto qui?) le stesse schiacciando giù. Ho preso fiato, e ho cercato di asciugare le lacrime. E’ entrata in cucina mia figlia che ha 3 anni, attirata (lo è sempre) dal rumore delle bottiglie che si accartocciavano, e mi ha chiesto perché piangevo. L’ho presa in braccio e, con la parole più semplici che avevo, le ho spiegato che il papà era sempre commosso l’undici di settembre, perché qualcosa di brutto era stato fatto l’undici di settembre, ma che ora che lei era con me andava tutto bene. Ha sorriso, e io con lei.
Magari fosse cosi semplice sorridere anche dentro al cuore.

Never forget
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venerdì, 04 luglio 2008

 

Buon 4 luglio!

The American spirit

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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mercoledì, 06 febbraio 2008

 
Il pericolo Huckabee e la strategia Giuliani
Mille le possibili analisi del magnifico supertuesday: la prima credo sia la conferma della incredibile vitalità della democrazia americana. Milioni di persone alle urne, sfidando (nel sud) uragani e tifoni; candidati nuovi e carismatici, a rappresentare e contendersi le tante sfaccettature della galassia sociale a stelle e strisce; entusiasmo da tutto il mondo. Ieri notte mi sono divertito a seguire per 20 minuti la trasmissione su Al Jazeera, con due (finissimi) analisti in collegamento da una terrazza da Washington con la Casa Bianca alle spalle (credo fosse il roof del mitico Hotel Washington, dal quale una volta vidi decollare l'elicottero con Mr. Prez che andava a Quantico): una lezione, quella della macchina politica americana, da imparare in tutto il mondo, occidentale ed orientale, democratico e dittatoriale, religioso e laico, sviluppato e in via di sviluppo.
Due flash, su tante cose da dire.
1) Sembra proprio che la base repubblicana della bible belt abbia voluto mandare un chiaro segnale al front runner a loro abbastanza inviso, John McCain: se non ti prendi Mike Huckabee come vice, scordati i nostri voti, e vedi che sono tanti e che siamo compatti. E così Huckabee si è trasformato anche lui in comeback kid e si è portato a casa addirittura 5 Stati. Se fossi nel Senatore dell'Arizona sarei molto preoccupato. Perchè è vero che gli servirà un vice che tenga buona la base degli evangelici del sud; è vero che il suo vice dovrà essere abbastanza giovane da anestetizzare il problema dato dai 71 anni di McCain, soprattutto se correrà contro il 46enne Obama; è vero che è dal 1960 che il Presidente non è un ex Governatore o un ex Vice Presidente: e se guardate l'identikit del Vice Presidente che esce da queste tre considerazioni diventa pressochè obbligatorio il ticket con Huckabee (pastore, 52enne ex governatore dell'Arkansas, Stato del sud). Ma per McCain presentarsi contro un osso durissimo, come sarà chiunque vincerà la nomination democratica, con la possibilità di lanciare la volata tra 8 anni o magari 4 ad un Huckabee Vice Presidente incumbent potrà anche esaltare gli evangelici della bible belt ma ti fa scappare un mucchio di altra gente che - per usare un eufemismo - storce il naso e non poco quando ascolta i proclami fondamentalisti dell'ex Governatore dell'Arkansas: e non parliamo solo di indipendenti, ma anche di molti repubblicani. Un bel problema, di non facile risoluzione.
2) In quanto supporter (lo dico subito, molto deluso) del Sindaco d'America, non posso fare a meno di notare quanto azzeccata continui a dimostrarsi parte della strategia di Giuliani. Intendiamoci, la prova data da Giuliani mi ha fatto ricredere sulle sue capacità: una tattica come quella messa in atto (e non parlo solo della decisione di dove correre e dove no, ma anche del come si è rivolto agli elettori, con quali mezzi e tempi e con quale messaggio) dimostra una mancanza di visione che ritengo pericolosa se proiettata alla Casa Bianca. A questo punto, meglio di no: che sarebbe successo se una volta a Pennsylvania Avenue Giuliani avesse commesso una serie di errori così madornale come quella di queste primarie? E tuttavia, su una cosa il major aveva ragione in pieno: non si può fare a meno di notare come i risultati del supertuesday nel campo repubblicano confermino come nessuno dei candidati sia vincente sugli altri. Togliete a McCain e Romney i voti che - in altre circostanze, con un altro tipo di campagna - avrebbe perso Giuliani, ed avrete un quadro in cui l'analisi iniziale di Rudy continua ad avere un suo dannatissimo motivo di ragione. Questo, per mia parte, accentua il rimpianto: Giuliani non ha saputo comprendere che questo primo scorcio di primarie si è giocato sulle persone e non sui programmi, sugli ideali e non sulle promesse, sul futuro e non sul passato. Tutto il contrario del suo messaggio.
Per finire, riprendo una vecchia utopia del sindaco di noi Tocquevillers, il migliore di tutti: McCain gli dia retta (che dite, possiamo sperare che glielo abbia suggerito in questa occasione?) e bussi alla porta di Clarence Thomas per la Vice Presidenza, mettendo Giuliani Attorney General e Petraeus al DOD e annunciandolo prima di novembre. Fantapolitica? Certo: ma se devo sognare, a quale campagna pensate che io possa rivolgere i miei desideri, a quella italiana o a quella americana?
Un post di Mixumb delle 10:17 i love america · commenti (10)

mercoledì, 12 settembre 2007

 

Incongruenze?

Un quesito mi attanaglia. Se Grillo dice che “i politici sono i nostri dipendenti”, e poi se la prende con il povero Marco Biagi presunto reo di aver offeso “sua santità il posto fisso”, com’è che poi il passo successivo è quello di mandare a casa i nostri dipendenti dopo 2 legislature? E che è, un sindacalista che combatte per tenere l’articolo 18 e poi non lo applica?

Un post di Mixumb delle 17:57 politica · commenti (1)

martedì, 11 settembre 2007

 

Never

6 anni, e tutti hanno detto tutto. C'è chi sostiene che non si debba più ricordare, questa giornata. Ma la mia vita è cambiata, quel giorno, come si fa a sforzarsi di far finta?

Ho una tradizione, ogni 11 settembre. Non prendo impegni, appuntamenti, meetings. Non mi programmo alcune delle tante cose da fare per lavoro davanti a un pc. Ed è sempre strano, perchè ogni anno mi capita che, incrociando le agende con alcune persone da incontrare, loro magari sono liberi e me lo propongono. La reazione, quando dico di no e spiego perchè (e lo spiego sinceramente, il perchè), è qualcosa che per alcuni è rispetto, per altri solidarietà, per altri compassione, per altri pena: ma non per le vittime dell'11 settembre, alle quali dedicano un pensiero forse un po' colpevole ma comunque innocentementefugace; è per me che provano, per qualche sedcondo, quei sentimenti. Non dico certo che gli altri fanno male, naturalmente, a lavorare oggi. Io lavoro, a io modo, ma faccio qualcosa di diverso. Resetto il mio cervello, lo svuoto. Mi immedesimo, ancora una volta. Riguardo i filmati, tutti. Rendo omaggio, mi scopro a pensare, mi scendono lacrime che ormai non mi stupiscono. Non sono gli anni che passano a diminuire questo moto del mio cuore: è troppo forte, è di quelli che nemmeno il tempo può modificare.

Lo so che sembra strano, che è strano. Chi leggerà questo post, se mai qualcuno lo farà, proverà anche lui (o lei) per me una delle quattro emozioni sopra descritte. Ma io non azzero me stesso ogni 11 settembre per suscitare emozioni in qualcun altro. Io rendo così onore a chi non c'è più, allo spirito di una città, di una comunità, di un Paese che al motto di "United we stand" insegna da anni e anni cosa vuol dire orgoglio, dignità, coraggio.

Dall'inizio di quest'estate c'è anche sulla mia pelle quel ribbon che significa "non dimenticheremo mai". Curiose le facce di chi mi incrociava al mare qualche giorno fa: chi sarà mai questo strano tipo con su una spalla il simbolo I love NY e su quell'altra un nastro rosso bianco e blu con stelle e strisce? Qualcuno si avvicinava e mi chiedeva se fossi americano. E la risposta era sempre la stessa.

Non bisogna essere americani per provare rispetto e ammirazione per il coraggio statunitense e newyorchese. Non bisogna essere americani per riconoscere la grandezza di stare dritti come le tante bandiere contro il vento di invidia, razzismo, ingratitudine, rabbia e malafede che contraddistingue chi prima durante e dopo l'11 settembre dimostra di avercela con gli Stati Uniti. Non bisogna essere americani per prendere a modello l'enorme cuore dimostrato dai policemen e dai firefighters della big apple e vivere senza dimenticare il loro sacrificio.

Bisogna azzerare la propria coscienza, però; bisogna rinnegare la propria umanità, piuttosto; bisogna stuprare la propria anima, invece: se si vuole continuare a far finta che l'11 settembre sia un giorno come un altro.

Per tutti i Bin Laden wannabees, alcuni dei quali non si rendono nemmeno conto di essersi ridotti a tanto (poco): la grandezza degli Stati Uniti d'America vi sovrasta e vi supera, vi intimorisce e vi infastidisce, vi toglie il respiro e vi rende nervosi. E' il minimo che vi possa capitare, e sarà sempre così.

Nine eleven, never forget

Un post di Mixumb delle 00:50 i love america · commenti (10)

mercoledì, 04 luglio 2007

 

Happy 4th of july

 

A Capitol Fourth: America's Independence Day Celebration

America celebrates its independence

Facts for features: The 4th of July 2007

The Declaration of Independence

Today in history: July 4th

 

 

 

 

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martedì, 05 giugno 2007

 

Grazie America, 60 anni dopo

60 anni fa, il 5 giugno del 1947, il Segretario di Stato George Marshall annunciò informalmente ad alcuni neolaureati di Harvard l’idea di aiutare le popolazioni europee appena uscite dalla guerra mediante un piano straordinario di aiuti economici destinati, in particolare, a quei Paesi al di qua di quella che Winston Churchill un anno prima aveva definito “cortina di ferro”. L’European Ricovery Program (ERP) previde alla fine uno stanziamento di poco più di 17 miliardi di dollari (1,204 per l’Italia e Trieste) per un periodo di quattro anni (dal 1948 al 1951).
Ad alcuni scettici congressmen statunitensi il Segretario di Stato spiegò come aiutare le popolazioni europee disastrate da anni di guerra avrebbe costituito un’ottima mossa da più punti di vista. L’economia degli Stati Uniti avrebbe sicuramente ottenuto vantaggi da una più rapida rinascita di economie già allora essenziali al business americano. Geopoliticamente, gli aiuti avrebbero fornito ottimi argomenti in favore del posizionamento tra le democrazie favorevoli all’economia di mercato a Paesi nei quali la guerra aveva lasciato enormi conflitti irrisolti, costituitendo un fattore di convincimento avverso l’Unione Sovietica e la rete comunista che si stava costituendo e che rischiava di insinuarsi più di quanto non avesse già fatto anche nei Paesi più occidentali del nostro continente. Furono anche le numerose comunità formatesi in America ma di provenienza europea, con gli italiani in prima fila, a convincere i loro rappresentanti a Washington della bontà dell’idea di Marshall.
I dollari provenienti dal Piano Marshall, in realtà, non servirono affatto a colonizzare economicamente l’Europa, come affermano alcuni maldestri ipercritici di tutto ciò che è a stelle e strisce. La ricostruzione di infrastrutture e le nuove possibilità di sviluppo economico incrociarono certamente una società che, nel nostro Paese, era (e negli anni successivi sarebbe stata ancor di più) culturalmente divisa in due: ma i destinatari della generosità americana non furono i lavoratori che votavano comunista, perché non era questo lo spirito con il quale George Marshall aveva ideato il suo piano. Si trattava – e si trattò - piuttosto, di diffondere la speranza di risollevarsi da un momento molto difficile, di far riemergere la consapevolezza del diritto a sviluppare la proprietà privata, di difendere la conferma di poter contare sull’amicizia degli alleati al di là dell’oceano per far crescere i propri desideri, le proprie idee, i propri legittimi sogni.
Oggi il sessantesimo anniversario di questo importante avvenimento cade in un delicato momento delle relazioni tra il nostro Paese e gli Stati Uniti. Molti ritengono che l’esistenza di motivazioni vantaggiose per gli USA, a fianco del sentimento di vicinanza transatlantica che aveva appena portato decine di migliaia di ragazzi americani a morire per la libertà dell’Europa, sia sufficiente a rifiutare (o a ridimensionare enormemente) la gratitudine che si dovrebbe invece sempre manifestare agli Stati Uniti per il loro supporto di ogni tipo relativo a quegli anni. La Storia, maestra di vita, ha dimostrato che essi avevano e continuano ad avere torto: l’“Index of Global Philanthropy” pubblicato alla fine dello scorso maggio dal Center for Global Prosperity presso lo Hudson Institute rivela come anche oggi come allora siano gli Stati Uniti d’America il Paese di gran lunga in testa alla lista di chi dona per aiuti economici all’estero. Nel 2005 gli Americani hanno donato 122,8 miliardi di dollari, di cui ben il 79% proveniente da privati: diversamente dall’approccio del Piano Marshall, quando fu il Governo americano a stanziare fondi, oggi negli USA sono per lo più singoli cittadini, associazioni di beneficenza, istituzioni nate con lo scopo di sostenere il prossimo in difficoltà a costituire un inesauribile serbatoio di aiuto, che supera la gran parte delle cifre che i Governi di altri Paesi niente affatto in via di sviluppo destinano a questo scopo per via statale.
Ci piace pensare, in conclusione, che l’eccezionale numero di eventi di charity che ogni settimana vede meritoriamente impegnate le migliaia di associazioni italiane presenti in America, dalle più grandi alle più piccole, non sia dovuto solamente alla grande generosità dei nostri connazionali emigrati al di là dell’Atlantico. Ci piace pensare che gli italiani d’America diano ogni giorno di più, e con il sorriso sulle labbra, sapendo di vivere in un Paese che li ha accolti ma che ha saputo dimostrare anche a noi italiani rimasti in patria la straordinaria attitudine americana ad aiutare chi ne ha bisogno, con generosità e lungimiranza. Di questo, siamo e saremo sempre grati, anche quando gli anniversari non saranno più a cifra tonda.

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giovedì, 16 novembre 2006

 

Se ne va un grandissimo

Onore a Milton Friedman, maestro ineguagliabile. Il migliore, davvero.

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lunedì, 06 novembre 2006

 

Seconda stella a destra

"Seconda stella a destra, questo è il cammino
e poi dritto fino al mattino
non ti puoi sbagliare perchè
quella è l' isola che non c'è... "

E’ tutto in quella frase, detta con nonchalance dall’amico che mi ha portato nel mondo dei radicali, che me li ha fatti conoscere, apprezzare, ammirare. Quell’amico casinaro e un po’ matto, ma leale e onesto, logorroico ma sincero, che mi ha permesso di scoprire ciò che ognuno, a suo modo, per le sue vie, ha scoperto in qualche momento della propria vita politica, a cavallo tra una delusione, un senso di vomito, un’incazzatura ed una continua domanda sul perché si rimane qui, stranieri in patria, a lamentarsi odiando chi si lamenta, a dipingere le lodi della terra delle opportunità senza il coraggio di acchiapparle, quelle opportunità.

E insomma, sta tutto in quella frase: “noi radicali siamo abituati al fatto che qualcuno arrivi, qualcun altro se ne vada. Rientra nella normalità del nostro essere radicali, senza stupirci quando chi ha fatto un percorso con noi decide di abbandonare la squadra”.
 
In realtà io non ho mai fatto parte della squadra: nel senso che della squadra non ho i meriti, quell’accanimento nel lavoro, nella dedizione totale, nella vita vissuta a Torre Argentina; quel dare tutto sé stessi al partito o ad una delle sue diramazioni, sempre in adorazione per Marco, che lo incontri in ascensore e ti tratta – gigione - come se fossi un vecchio amico, ed è così diverso da quei boriosi politicanti che stanno altrove; con il grande rispetto che merita Emma, che ti guarda incuriosita se le confessi che l’ammiri molto, mentre si fuma l’ennesimo mozzicone di sigaretta con il suo look per niente cool. Marco ed Emma, era curioso notare come gli altri li chiamassero così, e mi sembrava strano e forse un filo sopra le righe, del tipo “io li chiamo per nome”, mentre poi si è capito che l’anomalia sarebbe stata l’approccio normalmente dedicato ai tromboni delle auto blu. E come si fa a non rimanere affascinati, rapiti, ammaliati da questo gruppo di folli, che si estrinseca come una specie di collezione di magnifici ed orgogliosi intelligentissimi freak, dove tutti sono normali e diversi, parlano e parlano e sono sempre a loro agio, e tu ti senti a casa dopo un minuto che sei con loro. Come si fa a non rimanere increduli di fronte alla serenità di Luca, che oggi non c’è più, e alla sua capacità di sintetizzare la sua vita e la sua lotta, nel sorriso meraviglioso della sua compagna: come si fa a non capire che sia la storia più emozionante del mondo, quella di loro due contro chi li vuole condannare al dolore?
 
E poi Daniele. Uno che chiami il centralino, e te lo passano. Che ti accoglie aprendoti la porta e scusandosi per il casino della sua stanza, lui, segretario del partito. Che sa quello che c’è da sapere, intelligente, cortese, a volte distaccato perché forse timoroso di apparire troppo superiore. Uno che ti risponde alle email, che ti richiama dal suo cellulare, uno col quale ti senti in sintonia, sempre. Uno che ti fa pensare che forse c’è ancora speranza per questo povero Paese, per chi come te non si riconosce nel mainstream che chiane e fotte.
 
E i tanti altri, che tu, radicale “di destra”, ammiri per le tantissime battaglie che con loro condividi ma che senti un po’ lontani comunque: tra i quali c’è Rita, una splendida cinquantenne che ha il potere di farti continuare a credere che l’impegno è un bene, che crederci si può, che la battaglia si vincerà. Una donna semplice, una soldatessa mite e incazzosa per ciò in cui crede, qualcuno da ammirare in maniera assoluta. E i tanti altri, naturalmente. E Radio Radicale, e la mitica rassegna del direttore Bordin, uno che non può essere vero, non può esistere nel 2006, oggi, con quel suo fare da signore che sotto sotto gliele canta, con le sue citazioni buttate lì su cose che non conosci, con il suo francese perfetto ed il suo inglese maccheronico dalla pronuncia storta.
 
Ma poi capisci che la favola finisce. Non è la loro favola a concludersi, è l’idillio tra di loro e te. I due insiemi viaggiano, si intersecano ma poi si lasciano. Te ne accorgi giorno dopo giorno, ti dispiace ma ti senti più maturo e grato per averli conosciuti, essere stato uno di loro, in un ambiente in cui questa scelta è vista malissimo. E sai che ti resterà dentro sempre l’insegnamento di questa squadra di corsari della politica, di questi disperati eroi, di questi cocciuti sciocchi, di questi volenterosi geni che scelgono sempre, beffardi, di fermarsi prima del traguardo. Ti senti strano, non hai più un’accogliente rifugio nel quale riconoscerti, noti sempre più i loro difetti ma scatti in loro difesa quando qualcuno li attacca, quasi pensassi di detenere il monopolio delle critiche da rivolgere loro. Lo fai perché altrove non è cambiato nulla, schifo c’era prima e schifo c’è adesso, ma tu hai già giocato il jolly e ora è finito l’effetto della superforza, bello ma breve, per cui da Pac Man che mangia i mostri sei ridiventato Pac Man che li deve evitare per non morire; come se avessi fumato una canna, una bella sensazione ma indotta artificialmente, un qualcosa di buono che però è destinato a finire, uno sballo temporaneo che passa, e se ne va.
 
E allora ciao, radicali italiani. Vi sono grato per quello che spesso siete, e vi detesto per quello che a volte siete. Vi ammiro per quello che fate ogni giorno, ma vi disprezzo per quello che fate raramente. In questi giorni le avete sbagliate tutte, sostituire Daniele con Rita è come sostituire Schevchenko con Oliverira: non è colpa dei secondi se sono onesti ma inadeguati, sono i primi ad essere fuoriclasse e farseli scappare è qualcosa di imperdonabile.
 
Che siate (laicamente) benedetti, tanto, e maledetti, un po’. Guai a voi, che illudete e deludete, ma molto di più guai a chi vi tocca, quasi mai degno di giudicarvi. Vi ho voluto bene, e sempre ve ne vorrò. Ma questo è un addio, meravigliosa pattuglia di visionari, insostituibili capoccioni, maestri inimitabili nel mandare a puttane i vostri incalcolabili meriti.
 
"E ti prendono in giro se continui a cercarla
ma non darti per vinto perchè
chi ci ha già rinunciato e ti ride alle spalle
forse è ancora più pazzo di te... "
Un post di Mixumb delle 21:15 politica, personale · commenti (1)

 

Intervista all'Ambasciatore Ziyal

E' in edicola il numero di novembre di Romacapitale che contiene, tra l'altro, la mia intervista all'Ambasciatore ungherese Kovacs.

Il motto più popolare tra la popolazione turca recita: “pace a casa, pace nel mondo”. Non ci sembra cosa da tenere nascosta, oggi che la Turchia è di nuovo al centro dell’attenzione europea in vista del proseguimento dei negoziati per l’adesione all’Unione e alla vigilia di una importante e quanto mai delicata visita di Benedetto XVI nel Paese crocevia tra Europa ed Asia, Occidente ed Oriente, Cristianesimo ed Islamismo. La Repubblica di Turchia, fondata nel 1923, è stato uno dei primi paesi a concedere ai cittadini il suffragio elettorale universale e oggi sta concludendo un rapido processo di modernizzazione; è una repubblica laica con un sistema parlamentare pluralistico che garantisce la libertà di religione, anche se la popolazione turca –circa 70 milioni – è di religione musulmana per il 98%. Paese membro del Consiglio d'Europa e associato alla Comunità Economica Europea dal 1963, la Turchia è entrata a far parte della NATO nel 1952 ed è stato sin dall'inizio uno dei paesi cardine dell’alleanza, con un esercito convenzionale secondo tra i paesi membri soltanto a quello degli USA.

Palazzo Gamberini, sede dell’Ambasciata prima dell’Impero Ottomano e poi della Repubblica di Turchia, svolge quest’attività ininterrottamente da 117 anni. A riceverci, con cortese ospitalità, è l’Ambasciatore Sitki Uğur Ziyal. 62 anni, coniugato e padre di una figlia. L’Ambasciatore Ziyal ha servito il Suo Paese ad Ankara come pure in diverse aree del mondo e dal novembre 2004 è Ambasciatore in Italia. Facciamo gli auguri a Sua Eccellenza per le celebrazioni della Festa Nazionale del Suo Paese, svoltesi lo scorso 29 ottobre.

Signor Ambasciatore, c’è chi definisce i rapporti tra Occidente ed Oriente come uno scontro di civiltà e pensa che Islam e democrazia siano incompatibili, c’è chi invece ritiene che l’Occidente, stanco perché secolarizzato, debba rinunciare ai suoi valori per non contraddire alcuna istanza Islamica rifiutando di combattere quella parte di terrorismo che interpreta il Corano come uno strumento di guerra. A che punto è la storia delle relazioni tra Occidente ed Oriente, e quali prospettive Le sembrano più verosimili?

Forse il maggiore problema da affrontare è l’impostazione dei reciproci atteggiamenti, che dovrebbe tendere al mutuo rispetto e agli sforzi per comprendere meglio gli uni e gli altri e per ritenerci uguali. Temo invece che a volte alcuni occidentali ritengano di essere superiori, e questa è fra le ragioni per le quali esistono reazioni contro l’Occidente anche in altre parti del mondo, non solo in Medio Oriente. Bisogna incrementare il dialogo, riconoscersi nei valori universali che ci accomunano e la Turchia sta facendo quanto possibile in questa direzione. Non dobbiamo giudicare i Libri Sacri delle religioni diverse dalla nostra, e personalmente non ritengo che essi siano da leggere come libri di guerra perché la base della religione è la compassione e l’amore verso gli altri. Inoltre, non credo che l’Occidente sia stanco perché secolarizzato: la secolarizzazione porta la democrazia, senza di essa avremmo la teocrazia e non credo che alcuna persona civilizzata vorrebbe vivere in un regime di teocrazia. La Turchia crede nel rispetto delle religioni, nel dialogo e nel lavoro comune per il miglioramento delle condizioni di tutti noi.

La candidatura turca a far parte dell’Europa politica, sostenuta dal nostro Paese, è pienamente legittimata dai progressi compiuti da Ankara verso la definizione di uno Stato di diritto ispirato ai modelli europei, mediante un processo storico avviato da Atatürk negli anni ’20 dello scorso secolo. Grandi motivazioni culturali, geopolitiche ed economiche spingono ad impegnarsi sempre più nel negoziato sebbene vi siano forze che da entrambe le parti tendono a rendere difficile la reciproca comprensione. Il commissario europeo all’allargamento, Olli Rehn, è stato ultimamente in visita ufficiale in Turchia per continuare i negoziati iniziati un anno fa che registrano una frenata segnalata anche nella recente pronuncia del Parlamento Europeo. Si è in attesa per i primi di novembre della pubblicazione del rapporto della Commissione Europea sullo stato dei progressi di Ankara per l’adesione all’UE. Secondo un recente sondaggio promosso dalla Fondazione Bertelsmann solo una minoranza pari al 32% degli italiani crede che nel 2020 la Turchia sarà un membro effettivo. Quali miglioramenti si possono prevedere in questo campo, e in che tempi?

La fase della comparazione delle leggi turche rispetto a quelle europee è in fase di completamento: sappiamo cosa fare per adempiere a quanto ci viene chiesto, in primo luogo mediante la prosecuzione sulla via della democrazia. La mia sensazione, però, è che l’oggetto del negoziato non sia ben chiaro: tutti gli altri Paesi candidati negoziano con il fine di divenire membri della UE, ma da parte di alcuni rappresentanti europei sembra che non si voglia far entrare la Turchia a prescindere dal raggiungimento dei criteri economici e politici oggetto del negoziato: questo è totalmente ingiusto ed inaccettabile. Esistono argomenti che possono essere usati contro la Turchia, ma ognuno di essi può essere usato anche a nostro favore. La popolazione, ad esempio: si dice che i turchi siano troppo numerosi, ma è possibile che fra 15 o 20 anni questo sia un nostro punto a favore, e che allora sia l’Unione Europea a chiedere alla Turchia di entrare a farne parte e che magari i turchi non vorranno più farlo, come è già successo per i norvegesi. L’Europa considera i turchi come musulmani, ma se l’Europa non è costruita in base alla religione ma a valori universali – e questo è ciò che ci viene detto da tutti i leader europei – allora essere musulmani non dovrebbe essere un problema. Siamo d’accordo sui criteri da raggiungere, ci vuole tempo come in ogni processo e per qualsiasi Paese ma l’ultimo rapporto della Banca Mondiale dice che le capacità amministrative, le riforme giudiziarie e le infrastrutture economiche turche sono già allo stesso livello e in certi casi addirittura più avanti rispetto a quelle di alcuni Paesi già membri della UE. Noi vorremmo che ci fosse qualche preconcetto in meno: ciò permetterebbe alle opinioni pubbliche europee di sapere, per esempio, che negli ultimi 4 anni la Turchia è cresciuta del 38 % anche grazie ad una sempre maggiore integrazione con l’Europa, dimostrando quanto di buono potrebbe venire in quest’area ma anche in Medio Oriente, nell’area del Mediterraneo e del Mar Nero da una accelerazione di questo processo.

L’attuale governo turco sta favorendo, non senza difficoltà tra alcune forze politiche turche, l’apertura al dialogo sulla questione che l’Assemblea Nazionale francese ha definito “genocidio degli armeni” e che sta portando Parigi ad equiparare la vicenda all’Olocausto. Di recente il premio nobel per la letteratura è stato conferito allo scrittore turco Orhan Pamuk, che fu oggetto di una denuncia (poi ritirata per la modifica del vostro codice penale) per avere criticato il rifiuto turco a riconoscere le proprie responsabilità in quest’ambito, a dire la verità molto controverso: fonti turche lo descrivono come un evento nel quale morirono 300.000 armeni, mentre questi ultimi parlano a vari livelli di più di 2 milioni di vittime. Qual è la posizione ufficiale del Suo Paese?

Siamo molto orgogliosi del Premio Nobel a Pamuk, e speriamo che altri ne seguano in altre discipline. Naturalmente non tutti i turchi sono d’accordo con le sue idee, ma questo è un segnale che la Turchia sta crescendo. A proposito dell’Armenia, la Turchia sostiene che sia accaduta una tragedia, per molte ragioni: non è successo che un giorno qualcuno si sia svegliato ed abbia semplicemente deciso di uccidere tutti gli armeni, che tra l’altro hanno spesso ricoperto incarichi estremamente importanti lungo la vita dell’Impero Ottomano (uno dei miei predecessori nella carica di Ambasciatore a Roma era armeno). Poichè c’è una differenza di vedute su cosa sia accaduto, per capire quale sia la verità dovremmo cercare negli archivi dei diversi Paesi, a disposizione per essere studiati da una Commissione mista di storici di diverse nazionalità: ma non possiamo lasciare che su questo i politici rubino il posto agli storici, e lo dico rimarcando che la Turchia ritiene ciò che accadde una tragedia, una ferita per gli armeni e per i turchi. Riguardo alla decisione dei francesi, la Francia ha una magnifica storia di libertà ma questa legge va contro la libertà di parola, i valori e gli accordi Europei. Ora l’Europa deve intervenire perché non so cosa sarebbe successo se una legge così fosse stata approvata in Turchia e lo stesso si chiede l’opinione pubblica del mio Paese, senza contare che non si tratta di una legge che limita la libertà di espressione a proposito della propria storia ma addirittura nei confronti della storia di paesi terzi. Questo avviene proprio nel momento in cui in Turchia c’è un aperto dibattito sulla riforma del codice penale che non considera più reato quanto detto da Pamuk, che difatti non è più indagato (e comunque non è mai stato condannato): la democrazia in cui crediamo è quella in cui si dibatte partendo da posizioni diverse, non quella in cui si impedisce a qualcuno di esprimere la sua opinione. Una simile legge esiste in Svizzera, dove un leader politico turco si è recato per negare che ci sia stato un genocidio ed è stato perseguito ma poi il caso è stato chiuso senza condanna. Si tratta di qualcosa di bizzarro e che mostra il pregiudizio contro di noi, come nel recente caso del dirottamento aereo nel quale parte della comunità occidentale ha subito pensato si trattasse di un turco musulmano che ce l’aveva con il Papa, mentre poi si è scoperto che era il contrario. Non credo che i francesi abbiano fatto un buon servizio alla Francia, all’Europa, certamente non alla Turchia ma altrettanto certamente nemmeno all’Armenia, dove peraltro non c’è la libertà di dissentire dalla posizione ufficiale del Paese come invece in Turchia dopo la riforma dell’articolo 301 del codice penale.

Papa Ratzinger sarà in visita in Turchia alla fine di novembre, su invito del Presidente Necdet Sezer e del Patriarca ortodosso Bartolomeos II. Alla luce delle recenti difficoltà nate dal discorso di Ratisbona e dalle reazioni intervenute nel mondo islamico, cosa possiamo aspettarci da questo importantissimo incontro? Lei pensa che l’onda lunga di quelle polemiche possa riflettersi (negativamente) sul processo di entrata della Turchia nella UE?

Questa sarà la terza visita di un Papa in Turchia. Abbiamo relazioni diplomatiche con il Vaticano, ed il Papa visiterà il mio Paese su invito del Presidente Sezer; ma il Papa è naturalmente anche una figura religiosa, e come tale visiterà i 3 Patriarchi che siedono ad Istanbul (quello ortodosso, quello armeno ortodosso e quello assiro) ed il Rabbino Capo della comunità ebraica. Questa visita sarà importante e molto produttiva: sono certo che Benedetto XVI scoprirà una Turchia un po’ differente da come è descritta da alcuni media, e certamente il dialogo che proseguirà con le personalità politiche e religiose aiuterà molto la reciproca comprensione e dunque anche il processo di integrazione con l’Europa. Il fondamentalismo è presente in qualsiasi religione, non solo in quella musulmana, ma gli estremisti devono essere marginalizzati perché la maggioranza religiosa moderata deve continuare a dialogare. Naturalmente ci saranno grandi precauzioni per la visita del Papa, come è già avvenuto quando abbiamo ricevuta Angela Merkel o George W. Bush.

Roma è oggi, la città simbolo non solo della cristianità, ma della globalizzazione religiosa. A due anni di distanza dall’inizio del suo mandato, com’è il suo rapporto con la città eterna?

Sono “assorbito” da Roma, una città affascinante per chi come me ne vede gli aspetti mediterranei e ama moltissimo lo stile di vita italiano. La storia dei nostri due Paesi ci accomuna sia sui libri che sui resti dei nostri rispettivi passati, che testimoniano un percorso parallelo che tuttavia si è più volte incontrato. Mi sento a casa a Roma, amo davvero la musica italiana di Verdi e Puccini e per me rappresentare il mio Paese a Roma è un onore ed un piacere.

Dal 1923 la capitale della Turchia è Ankara, ma la capitale culturale, commerciale ed imprenditoriale del Paese è Istanbul: una città che ha una storia che inizia nel 667 a.C. come polis greca di nome Bisanzio, poi dal 330 d.C. capitale dell’Impero Romano d’Oriente col nome di Costantinopoli in onore dell'imperatore romano Costantino I (che la ribattezzò Nova Roma, ma questa denominazione non entrò mai nell’uso comune) e infine capitale dell’Impero Ottomano. Istanbul si estende su entrambe le sponde dello stretto del Bosforo, conta 11 milioni di abitanti  e segna il crocevia tra Asia ed Europa dal punto di vista culturale e anche geografico. Quali sono le principali similitudini e quali le maggiori differenze tra Roma e Istanbul?

Roma e Istanbul sono molto simili: erano le due capitali dell’Impero Romano, di Occidente e d’Oriente, e come tali si ritroveranno nella medesima comunità quando la Turchia entrerà nell’Unione Europea. Sono due grandi città, Roma è conservata meglio di Istanbul anche perché le costruzioni ottomane erano spesso in legno e si conservano peggio di quelle romane, fatte in pietra. Sono due grandi metropoli che attirano milioni di turisti, Istanbul è più estesa e non è possibile girare a piedi le aree dove più si concentrano i monumenti, come invece a Roma. Istanbul ha solo due ponti sul Bosforo e non abbiamo metropolitana: questo rende il traffico di Istanbul peggiore di quello di Roma, sebbene un’altra cosa che ci accomuna sia che appena si scava per ammodernare le infrastrutture si trovano importanti reperti storici che rallentano i lavori.

Per concludere, Le chiediamo qualcosa circa le relazioni commerciali (dal primo gennaio 1996 la Turchia fa parte dell’Unione Doganale con l’UE), politiche (abbiamo celebrato quest’anno il 150° anniversario delle relazioni diplomatiche italo-turche) e culturali tra i due Paesi.

Dal punto di vista turistico c’è una ottima accelerazione degli scambi tra i due Paesi. Eccellenti sono anche le relazioni politiche e commerciali: il Presidente Ciampi ha visitato lo scorso anno la Turchia, e nel gennaio 2007 il Presidente Sezer visiterà l’Italia. Politicamente cooperiamo in molte aree – compresa quella della riforma delle Nazioni Unite - e l’Italia è uno dei principali sponsor dell’ingresso della Turchia nell’UE, sia con il precedente governo che con quello attuale. Esistono rapporti bilaterali sui temi dell’educazione e della salute, e l’interscambio commerciale si assesta sui 14 miliardi di euro; gli investimenti italiani in Turchia stanno aumentando ma dobbiamo lavorare affinché la cultura turca sia meglio conosciuta in Italia.

“Il problema è che alcuni europei ci vedono come musulmani, mentre noi vorremmo essere visti come cittadini di un Paese secolarizzato: nessuno da noi sostiene che con l’ingresso nell’Unione Europea entreremo in una comunità di 450 milioni di cristiani”. Ci sembra di poter sintetizzare il pensiero di Sua Eccellenza l’Ambasciatore Ziyal con queste parole, con l’auspicio che il dialogo interreligioso ed interculturale funzioni da ambo le parti e con la consapevolezza che su questo Roma ha fatto molto e molto ancora può fare. 

Un post di Mixumb delle 06:49 politica · commenti

sabato, 04 novembre 2006

 

Midterm Elections 2006: l'America al voto

Per coloro che leggono appassionatamente gli ottimi reportage ed analisi di Camillo, di Andrea Mancia e di Spirit of America (e di altri ancora, che non si offenderanno se non sono qui citati) sulle elezioni di mid term, può risultare utile la guida alle elezioni pubblicata sul sito della US Embassy in Rome.

Se qualcuno si chiede come si debba affrontare democraticamente e civilmente il tema delle elezioni, per assistere chiunque approcci al voto come potenziale elettore o osservatore, per aiutare tutti a capire dove, come e perchè si possono esercitare i propri diritti, per sapere flussi, dati ed analisi ... date un'occhiata all'offerta che dà il Paese più libero del mondo.

L'American Dream è anche questo.

Un post di Mixumb delle 08:52 politica, i love america · commenti

venerdì, 03 novembre 2006

 

Solo una parola: grazie

Daniele Capezzone è stato il miglior segretario di un partirto negli ultimi 15 anni (più in là, non so: ma non credo ce ne siano stati molti migliori, se ce ne sono stati). E' un eccellente Presidente di Commssione. E', soprattutto, il futuro dei liberali italiani.

Qui la sua ultima relazione da segretario.

Da parte mia, auguri a Rita, splendida persona, chiamata ad un incarico impossibile e delicatissimo: sono certo che sarà bravissima, ma venire dopo Daniele sarà un inferno. Rita, non ti invidio, e sono certo che siamo in tanti.

Spiace per Marco Pannella, perchè ho la sensazione che sia ormai come lo zio simpatico ma svitato che fa folklore e ci si diverte, ma poi si saluta con un po' di compassione per lui, volendogli un bene infinito ma consci del fatto che quando c'è da decidere qualcosa di importante non è più affidabile. Spiace, ma io la vedo così, e lo dico con un grande affetto.

Solo una parola, Daniele: grazie.

Un post di Mixumb delle 07:46 politica, personale · commenti (2)

venerdì, 06 ottobre 2006

 

èItalia for USA: Columbus Day

Il quarto numero di èItalia for USA, inserto riservato ai nostri connazionali in America del bimestrale èItalia, è dedicato al Columbus Day.

Qui per leggere èItalia

Qui per leggere èItalia for USA

Qui per leggere la mia intervista a Laurence Auriana, Chairman del Board of Governors della Columbus Citizens Foundation

Un post di Mixumb delle 13:56 i love america · commenti

 

Intervista all'Ambasciatore Kovacs

E' in edicola il numero di ottobre di Romacapitale che contiene, tra l'altro, la mia intervista all'Ambasciatore ungherese Kovacs.

Qui sotto l'intervista; a novembre intervista all'Ambasciatore turco Ziyal.

L’Ambasciatore István Kovács rappresenta il Suo Paese qui in Italia dal 1 marzo del 2003, dopo che già dal 1988 al 1993 aveva ricoperto l’incarico di Primo Consigliere di Ambasciata a Roma. Sposato, padre di quattro figli, Sua Eccellenza Kovács è decisamente e a tutti gli effetti un figlio del 1956: lo scorso agosto ha compiuto infatti 50 anni, essendo nato sulle sponde del “Bel Danubio blu” protagonista del valzer di Johann Strauss, nella Budapest in fermento che aveva da poco recepito il rapporto shock sullo stalinismo e si apprestava alla rivolta del 23 ottobre. Laureato in lettere presso l’Università del Maryland, negli Stati Uniti, l’Ambasciatore Kovács si è occupato, nella sua carriera diplomatica incredibilmente nutrita per la sua età, di diverse aree del mondo: dall’Africa al Medio Oriente (ha servito il Suo Paese anche a Baghdad), dall’Europa agli USA (è stato Console Generale a New York dal 1995 al 1999). Abbiamo di fronte un eccezionale interprete delle relazioni estere del Suo Paese, che parla 4 lingue oltre la sua ed è stato insignito nel 1995 della Croce di Cavaliere di Malta.
 
Ambasciatore Kovács, le celebrazioni che proprio in questo mese ricordano gli straordinari giorni di 50 anni fa stanno mettendo a dura prova la Sua agenda, e dunque la ringraziamo per l’opportunità che ci ha concesso. L’anniversario del movimento di patrioti ungheresi che lottò con coraggio contro la dittatura che opprimeva il Vostro Paese, dando prova a tutto il mondo della vitalità della resistenza magiara, scalda i cuori di noi democratici occidentali di oggi forse più di quanto non fece allora. Le chiediamo di aiutarci a capire come il Suo Paese ricorda la rivoluzione e la lotta di liberazione dell’ottobre del 1956.
 
Prima di tutto noi ungheresi, ed io come Ambasciatore che rappresento il Paese qui, vogliamo dire: grazie. Grazie per la solidarietà che nel ’56 ma anche in seguito l’Italia ha sempre dimostrato agli ungheresi. Grazie per tutto quello che l’Italia ha fatto per i molti profughi ungheresi che sono transitati qui per poi andare altrove e per quei 4.500 che dal 1956 sono rimasti. Molti di loro hanno ricevuto la possibilità di lavorare, di studiare anche mediante borse di studio fornite dalle Università di varie parti di Italia. Loro sono ungheresi ed italiani allo stesso tempo, ed in questi 50 anni hanno sempre aiutato a mantenere solidissimi i rapporti - che esistono da più di 1000 anni - fra i nostri Paesi. I fatti del 1956 sono molto importanti ancora oggi perché non hanno solo significato la voglia di vera democrazia in Ungheria ma hanno anche costituito l’inizio simbolico della democratizzazione dell’area dell’Europa dell’est. Se la rivoluzione del 1956 non ha avuto immediato successo in quel momento, ciò che è avvenuto e la lezione che ne è scaturita ha senza dubbio contribuito a far sì che nel 1989 i rivoluzionari cambiamenti che hanno portato la libertà in quell’area siano avvenuti senza spargimenti di sangue. Il messaggio di unire insieme con impegno i nostri popoli per far vivere democrazia, pace e libertà senza darle per scontato è fortemente presente nei fatti del 1956, e oggi siamo fortunati perché siamo ancora in grado di ascoltarlo e farlo ascoltare ai nostri figli dalle voci di coloro che sono sopravvissuti.
 
L’Ungheria è uno dei Paesi che nel 2004 sono entrati nell’Unione Europea, anche grazie al referendum tenuto nell’aprile del 2003 mediante il quale l’84 % dei cittadini ungheresi che andarono a votare approvò questa decisione. D’altronde, uno dei pochi punti che accomunano maggioranza ed opposizione nel Parlamento di Budapest sembra essere l’impegno europeo ed Atlantico (l’Ungheria fa parte della NATO dal 1999). Cosa rappresentano per il Suo popolo le prospettive e le problematiche dell’ingresso in questa grande e controversa comunità?
 
Sono stati due passaggi molto importanti per noi, che ci hanno confermato la ritrovata ufficiale appartenenza ad una comunanza di valori che già esisteva prima della parentesi del socialismo reale. L’entrata nell’UE, in particolare, ha significato per noi un’opportunità, ma non una soluzione: nel senso che l’Ungheria ha vissuto il processo di avvicinamento e poi di ingresso nei 25 come un percorso rivolto verso un futuro ricco di prospettive comuni e non come un contributo teso a risolvere i problemi provenienti dal passato. Noi ungheresi crediamo nella grande opportunità data dalla politica comune europea, nell’ambito economico ma anche in chiave di politica estera.
 
Le elezioni politiche tenute nell’aprile di quest’anno hanno riconfermato il Primo Ministro uscente Ferenc Gyurcsány, leader di una coalizione di centrosinistra, alla guida del governo ungherese. Con i suoi 45 anni il Primo Ministro è uno dei più giovani leader dei 25 Paesi UE. Il Presidente del Parlamento ungherese è dal 2002 una dinamica e giovane donna, Katalin Szili, come pure per il Ministero degli Affari Esteri, retto da Kinga Göncz. Allora è vero che i “nuovi Paesi” dell’Unione Europea hanno portato una corrente di vivace innovazione nella politica dei loro cugini che da più tempo si riuniscono a Bruxelles?
 
Forse i nuovi componenti dell’Unione Europea possono portare una “vivace impazienza” nel fare qualcosa per avvicinare l’Europa a tutti i cittadini europei. Nel mondo di oggi è più semplice coinvolgere i cittadini nella condivisione di molte istanze che riguardano il nostro continente, e dobbiamo fare in modo che gli europei sentano più vicine le Istituzioni, naturalmente senza dimenticare che la responsabilità dell’esercizio della leadership rimane sulle spalle di coloro che ricevono democraticamente la fiducia degli elettori. E’ possibile che questa nostra dinamicità derivi anche dal fatto che solo da poco tempo abbiamo tutte le possibilità per darci da fare e dimostrare il nostro contributo nell’ambito dell’Unione.
 
Budapest nasce ufficialmente nel 1873 con l’unione delle città Buda e Óbuda situate sulla sponda occidentale del Danubio con la città Pest, situata sulla sponda orientale. Oggi conta 1,7 milioni di abitanti, ed è un distretto a sé stante diviso in 23 circoscrizioni che gode di propria autonomia. La Capitale ungherese è ogni anno mèta di moltissimi turisti che onorano l’arte, la storia e la cultura che ne fanno una delle più interessanti città europee, dove dal 1896 è attiva (e funziona molto bene) la più antica metropolitana dell’Europa continentale. Nel 2002 Roma ha ospitato l’Hungarofest, una manifestazione che celebra, ogni anno in una diversa città europea, la cultura ungherese nelle sue molteplici e prestigiose testimonianze. Quali sono i rapporti tra Roma e Budapest? A Lei che è nato a Budapest ed oggi vive a Roma, quali sembrano essere le principali differenze e quali le similitudini tra le nostre due Capitali?
 
Roma è una città magnifica e quando nel 2003 sono tornato qui l’ho trovata cambiata e migliorata rispetto alla fine degli anni ’80. Cultura, vitalità ed una grande tradizione di accoglienza rappresentano le prime similitudini che trovo tra le due città: ma devo dire che anche il traffico, l’inquinamento ed il rumore esistono purtroppo sia a Roma che a Budapest. Tutto sommato non vedo eccezionali differenze con Budapest, tenendo comunque presente che ogni Capitale ha una sua storia che la rende unica. Questo mese, tra l’altro, in occasione del cinquantesimo anniversario dei fatti del 1956 avrò l’onore di deporre insieme al Sindaco Veltroni una corona di fiori ai piedi della targa affissa a Roma in Via dei Cestari, sulle mura del collegio dove furono ospitati molti profughi ungheresi del 1956.
 
Come è composta e quanto è numerosa la comunità ungherese a Roma?
 
Abbiamo pochi concittadini qui a Roma, credo non più di due o trecento. D’altronde negli ultimi due anni solamente 2.700 ungheresi hanno richiesto un permesso di soggiorno, e molti di essi risiedono nelle regioni del Nord. Inoltre l’apertura delle frontiere ha reso più semplice la circolazione delle persone senza che esse abbiano l’obbligo di stabilire un contatto con le proprie Ambasciate europee, per cui oggi il controllo dei flussi è meno essenziale di un tempo.
 
Per concludere, qual è lo stato delle relazioni politiche, culturali e commerciali tra i nostri due Paesi?
 
C’è una eccellente solidarietà e simpatia tra i nostri popoli. Cultura e storia ci accomunano da secoli, e danno una base molto forte di vicinanza reciproca. In occasione di questo anniversario l’Ambasciata sta ricevendo molti attestati di amicizia e partecipato ricordo da semplici cittadini, associazioni e istituzioni locali di tutta Italia dove vengono intitolate piazze o celebrate commemorazioni. Dal punto di vista commerciale le relazioni sono molto buone: l’interscambio commerciale è di 2,3 miliardi di euro l’anno e le percentuali di import ed export si equivalgono. Gli ungheresi amano molto il Made in Italy, e per l’Italia esistono ottime possibilità d’investimento in Ungheria. Anche dal punto di vista del turismo c’è un significativo scambio: sono circa mezzo milione gli ungheresi che ogni anno visitano l’Italia, mentre gli italiani che annualmente si recano in Ungheria per turismo sono circa 700.000. Per quanto riguarda i rapporti politici, essi sono ottimi e tali rimangono a prescindere dal colore politico dei governi in carica nei due Paesi. A questo proposito è importante ricordare la recente visita che ha visto protagonista il Presidente Napolitano a Budapest, e l’imminente viaggi che porterà a Roma ed in Vaticano il nostro Presidente della Repubblica Sólyom.
 
Siamo davvero riconoscenti a Sua Eccellenza l’Ambasciatore Kovács per la Sua grande disponibilità e la Sua cordialità, doti non comuni in una personalità di così rilevante esperienza ed importanza. Sentiamo di dover ringraziare e ricordare, attraverso la Sua persona, i Suoi connazionali che 50 anni fa diedero vita ad un movimento che da allora non ha mai cessato di rappresentare per tutti noi un insostituibile insegnamento circa il valore e l’importanza della libertà.
Un post di Mixumb delle 13:50 politica · commenti

giovedì, 21 settembre 2006

 

Nomen omen

Il dg dello Charleroi cerca di svendere il club e propone una tratta di giovani africani. Si chiama Mogi (Bayat) ed assoluto protagonista di un nuovo scandalo che agita il calcio belga. (Tuttosport)

Un post di Mixumb delle 14:51 · commenti

domenica, 17 settembre 2006

 
On this day in American history: 9/17
Constitution Day
Oggi si celebra la firma della Costituzione degli Stati Uniti d'America, che si tenne il 17 settembre 1787.
Se capitate sulla East Coast e siete interessati alla Costituzione, non potete mancare una visita al National Constitution Center, a Philadelphia.
We, the People
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mercoledì, 13 settembre 2006

 

Nel caso, mi accontenterei del Tg2

Dovesse servire, rendo disponibile questo blog per un'intervista in ginocchio a qualche importante esponente governativo, nella quale assicuro massima serietà nell'accondiscendere silenziosamente qualora mi venisse detto una roba anche ben più clamorosa (certo, facile non sarebbe) dell'ormai celebre "Bye bye Condi".

Nel caso, mi accontenterei del Tg2

Un post di Mixumb delle 20:45 · commenti

 

Freedom and Security: Counterterrorism and the Challenge of September 11,2001

Lunedì 11 settembre ho partecipato a due eventi relativi alla commemorazione dell'11 settembre.

Il primo è avvenuto in Piazza del Campidoglio, dove il Sindaco Veltroni e l'Ambasciatore Spogli hanno ricordato insieme alle molte persone presenti i caduti di cinque anni fa. Veltroni ha anche annunciato che presto verrà loro intitolata una piazza nella nostra città. Qui c'è il testo del saluto dell'Ambasciatore.

Successivamente ci siamo spostati al Centro Studi Americani, dove Joseph B. Bellinger, Consigliere legale del Segretario di Stato Condoleezza Rice, ha svolto - a fianco di Spogli e del Presidente del CSA nonchè Ministro dell'Interno Giuliano Amato - una relazione sulla lotta al terrorismo dopo l'11 settembre. Tra il pubblico l'ex Ambasciatore italiano all'ONU Vento, Massimo Teodori e molte altre personalità che spesso si incontrano ai sempre interessanti appuntamenti del CSA. La relazione del Consigliere Bellinger si trova qui.

Qui, invece, il numero di Spotlight USA dedicato all'11 settembre.

Un post di Mixumb delle 16:03 personale, i love america · commenti

martedì, 12 settembre 2006

 

Memento

A futura memoria, perchè sulla realtà stanno vomitando in troppi.

L'unica strategia degli antiamericani per professione (in permanente servizio da 50 anni senza soluzione di continuità e con ricambio degno delle peggiori madrasse ideologicamente pervertite), di qualsiasi nazionalità essi siano, è che ciò che accade in Medio Oriente si risolve in 3 mosse: 1) riconoscimento della piena legittimità a fare strame dei minimi diritti di libertà, civiltà e democrazia, da noi acquisiti dopo secoli di buio e sangue, da parte di chi interpreta il Corano come un manuale di guerra; 2) fuga e scuse ufficiali da parte dell'Occidente (con promessa di non provare mai più ad immaginare che la Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo debba essere difesa ed applicata a tutti, secondo quella odiosa e sopravvalutata formula che tra l'altro recita "Noi riteniamo che le seguenti verità siano di per se stesse evidenti; che tutti gli uomini sono stati creati uguali, che essi sono dotati dal loro creatore di alcuni Diritti inalienabili, che fra questi sono la Vita, la Libertà e la ricerca delle Felicità") per qualsiasi intervento in Medio Oriente che non sia improntato a far diventare le truppe occidentali dei simpatici scudi umani a disposizione dei vari Hezbollah, Hamas, Achmadinejad e Giulietto Chiesa nel loro intento per niente mascherato di cancellare Israele dal mappamondo, senza se e senza ma; 3) due stati e due popoli in Palestina, dàlli all'invasore sionista e viva viva il ricordo del celebre pacifista Arafat.

Il tutto mentre Hamas, la controparte con la quale Israele dovrebbe dialogare, non riconosce la stessa Israele. E ben inteso, se il processo di pace non va avanti non è perchè la prima delle due parti non riconosce e vuole cancellare la seconda. E' colpa della seconda, comunque.

Sono lieto che esista ancora un po' di stampa libera, soprattutto oltreoceano, e sono lieto che esistano i blog, in particolare quelli che mille volte meglio e più spesso di me ricordano ciò, a futura memoria. Perchè se verremo conquistati, colonizzati, sconfitti, e riportati ad una civiltà preilluminista e oscura con l'insostituibile ausilio di quegli utili idioti che ci ritroviamo in casa e che consumano le nostre società come un cancro che da dentro ci divora, facendo ciò che già fecero per decenni col comunismo, sempre dalla parte sbagliata e sempre contro l'America: bè, se accadrà tutto ciò, ancorchè internet non sarebbe più libero come è oggi e le libertà  nostre e dei nostri figli sarebbero molto limitate, sono certo che ci sarà il modo di ricordare com'era l'occidente prima dell'11 settembre e durante la guerra che ci è stata dichiarata, e che stiamo perdendo. Sono certo che ci sarà modo di ricordare, perchè come durante le dittature dello scorso secolo ci sarà sempre un porto sicuro, libero, democratico al quale approdare e nel quale rifugiare le ultime menti non asservite all'ideologia prima nazista, poi comunista, poi islamofascista: un porto che darà il benvenuto ai sinceri uomini liberi con una statua con in mano una fiaccola, che saluta il Paese più magnifico e giusto del mondo e la città più straordinaria che sia mai esistita.

Un post di Mixumb delle 09:59 i love america · commenti

lunedì, 11 settembre 2006

 

Non vuol dire

Un'altra giornata di celebrazioni se n'è andata, con tante persone che sinceramente sono rispettose di ciò che avvenne, e tante altre che non hanno capito perchè non vogliono ascoltare il significato delle urla, delle fatwa, dei lucidi e folli proclami, degli editti di guerra, delle minacce che da 5 anni chi ci attacca ci sta vomitando contro con una chiarezza che non lascia alcun alibi.

Non vuol dire. Uccidere tremila civili innocenti non vuol dire avere voglia di fare un accordo. Terrorizzare della brava gente e minacciarla di farlo fino alla propria fine non vuol dire essere disponibili alla reciproca comprensione. Chiamare alla rivolta dirottando una religione millenaria e giustificando le peggiori nefandezze del mondo non vuol dire dimostrarsi un interlocutore affidabile. Incitare la propria gente a massacrare l'occidente americano non vuol dire avere gli stessi nostri sentimenti. Festeggiare la morte di inermi newyorchesi non vuol dire avere qualcosa da insegnarci. Inneggiare alla jihad contro infedeli e apostati non vuol dire condividere una cultura di tolleranza. Educare i propria figli al martirio non vuol dire avere la nostra stessa idea di libertà. Sostenere di amare la morte non vuol dire avere il diritto di essere equiparati a noi che amiamo la vita.

Questa è solo la finzione che alcuni di noi hanno inventato per paura, per codardia, per invidia, per vergogna, per egoismo, per ignoranza, per mancanza di lungimiranza, per inedia, per senso di impotenza, per comodità, per abitudine, per smarrimento, per inadeguatezza, per malafede, per razzismo, per cecità.

L'11 settembre non vuol dire "volemose bbene". E se avessimo, noi comodi europei, la volontà di fare un piccolo passo in avanti sulla strada dell'onestà intellettuale lo capiremmo subito. Oggi noi commemoriamo, molti di noi con una planetaria e incommensurabile faccia tosta, i morti dell'11 settembre. Tra di essi, c'è chi ha capito presto che con coloro che li stavano per uccidere non c'era da accordarsi, nè da dialogare, nè da capirli, nè da giustificarli. Sul volo 93 c'erano eroi, che ci insegnano che a trattare con il male non si ottiene nulla. Sono morti lo stesso, si dirà. Ma potevano scegliere tra il disonore e la morte, scegliendo il primo avrebbero avuto entrambi, e non hanno scelto il disonore: sono caduti con onore, hanno salvato chissà quante altre vite, hanno impedito al male di vincere. Nessuno di noi comodi occidentali sempre pronti a dare addosso agli USA potrà mai lasciare un così grande ricordo. Anche se qui c'è chi ha il coraggio anche l'11 di settembre di stuprare la loro memoria pretendendo di insegnare che avrebbero dovuto parlare, dialogare, trattare. Che con questa gente sarebbe questa la ricetta giusta.

L'11 settembre non vuol dire "volemose bbene".  Vuol dire "Let's roll".

Questa è la differenza tra l'Europa e gli Stati Uniti d'America.  

Un post di Mixumb delle 23:05 personale, i love america · commenti (2)

sabato, 09 settembre 2006

 

Ground Zero, 9/11

Sono passati 5 anni. Sono passati in fretta? Oggi stiamo meglio? Ma che c’entriamo noi, in Italia, in Europa, con New York? E loro come stanno? Si sono scelti lo stesso presidente sciocco, se la sono cercata, sono stupidi, sono americani, sono imperialisti … quante volte ho sentito e letto le stesse scemenze, le stesse malefedi sostenute con la stupida lucidità di chi ha trovato un modo per spegnere il cervello e abbandonarsi a quello che i politicamente corretti e moralmente superiori gli hanno iniettato per farli stare sereni … gente pericolosa per sé e per gli altri, per la quale il disprezzo è talmente forte che mi fa stare calmo, come quel film con De Niro in cui i malati di parkinson stavano talmente male che invece di muoversi in fretta risultavano catatonici.
 
Ground Zero è una ferita che non si chiude. Ci vado sempre, quando sono a New York, e rimango lì a guardare il buco. C’è un senso di unicità, a Ground Zero. Scendi sulla Broadway, finiscono le strade che incroci contraddistinte da un numero. Poi attraversi Soho, e intravedi già Church Street. Se guardi in alto, camminando verso downtown, ci sono grattacieli ovunque o quasi: ma poi, ad un certo punto, incontri i postini che escono dal loro quartier generale e sai che sta per succedere qualcosa nel tuo orizzonte. Succede in un momento, e avverti che sei lì. La gente passa e corre esattamente come altrove, ma tu vedi questo vuoto troppo grande per non essere riempito: non è un’area che velocemente riattrezzeranno per un parcheggio, o per un nuovo grattacielo, o per un complesso residenziale di lusso. Non è un angolo tra un palazzo ed un altro, è un cratere enorme, che disturba l’orizzonte al quale sei abituato perché non lo interrompe. E perché tu lo sai, eccome se lo sai, che lo interrompeva magnificamente.
 
Devi piangere, quando sei lì? Ti senti in imbarazzo? Cosa viene a fare la gente qui, a vedere un buco? Che facciamo, ci scattiamo una foto? E che faccia faccio, un sorriso pare brutto, forse un mezzo sorriso che vorrebbe esprimere solidarietà e dispiacere? Guarda, lì ci sono i nomi delle vittime, o meglio dei caduti, o meglio dei morti … ma come li chiamiamo quelli che non ci sono più per colpa di una folle ideologia perversa e una cieca dedizione all’odio? C’è gente che riprende con la telecamera tutta la serie di foto che ricorda come andò. C’è la bandiera, ovviamente, e c’è una poliziotta di guardia con la bandana a stelle e strisce che significa orgoglio, attaccamento alla patria, dimostrazione che la polizia di New York non si piega e onora coloro che non ci sono più: e tu lo sai, ma cosa vuoi andarle a dire che non le sia già stato detto? Ti avvicini commosso, e quando sei davanti a lei piangi, dietro di lei il buco e la bandiera. Lei ti guarda: questo potrebbe essere un malintenzionato, cosa vuole da me, e sappiamo che l’atteggiamento della polizia di New York è giustamente diffidente di principio. Ma lei ti guarda, sorride comprensiva, e ti dice che no, non sei il primo al quale capita tutto questo. Ti stringe la mano, e tu la ringrazi per tutto, e piangi come un bambino, e ti maledici tra i singhiozzi per non riuscire a spiegare quanto sei grato a lei, ai suoi colleghi, ai suoi concittadini, al suo popolo. Ti maledici perché sei così dannatamente invidioso, senza alcuna cattiveria, di chi condivide la magnificenza e la grandezza di essere cittadino americano, di vivere a New York, e di servire quella patria e quella città.
 
Fa caldo ora, come quel giorno. C’è il sole in alto ora, come quel giorno. Sei innamorato dell’America ora, più di quel giorno. Vorresti abbracciare i tuoi cari ora, come quel giorno. Ma guardi in alto, ti guardi intorno, vedi la bandiera. C’è un tipo che suona l’inno con un flauto, le tue orecchie allenate a quelle note lo percepiscono forte e chiaro tra i rumori: è un sollievo per il cuore gonfio di emozioni e sentimenti troppo grandi. Sudi freddo, stamattina quel simpatico inglese completamente tatuato che in Christopher Street ti ha marchiato per sempre il braccio sinistro con il simbolo IloveNY ti ha detto di non sudarci, ma come si fa? Chiudi gli occhi, e senti le lacrime che continuano a scorrere sulle tue guance. L’odore è indefinito, il suono è quello del traffico e dell’inno e della vita di New York. Sei con gli occhi chiusi, e pensi a quella mattina di 5 anni fa. Cerchi di rivivere la scena, che tante volte hai rivisto, che hai cercato da tutte le angolazioni chiedendoti perché ti facessi tanto male a rivederla così spesso, sei forse il più grande esperto di filmati sull’undici settembre che ci sia in Italia, li hai visti tutti, scaricandoli da internet o registrandoli dalla tv, comprando dvd. Da qui è arrivato il primo aereo, da lì il secondo. Quanto inconcepibile sarà stato vivere quei momenti? Come l’atterraggio di un’astronave aliena, qualcosa che la mente fatica a collegare con la realtà quotidiana qualsiasi. Uno shock, e poi i fogli che volano, ed i corpi che volano, la gente che scappa, ti sembra di sentirli passare accanto a te come fantasmi che non se ne andranno più, come coloro dispersi e mai più ritrovati che non daranno mai pace ai loro congiunti e che probabilmente sono la cosa più vicina ai fantasmi che il mondo reale possa partorire e concepire. Il panico, l’incredulità, l’incomprensione. La stranezza e l’inaspettato in un posto come Downtown New York dove tutto è programmato, e dove si programma di tutto. Gli occhi ancora chiusi, ti rimbombano nella testa le parole di Bin Laden, e di chi gli paragona Bush; dei vari kamikaze che lasciano i loro deliri ad una telecamera, e dei vari vigliacchi che fanno lo stesso ma in uno studio televisivo, seduti su comode poltrone con fuori l’autista che li aspetta per portarli nelle loro comode case, dove i loro figli non avranno coraggio ma nemmeno dubbi nel chiedere loro: perché l’hanno fatto? Lo rifaranno? Lo faranno qui? E come reagiremo se lo faranno? Come lo impediremo, e cosa faremo dopo?
 
Apri gli occhi, e sei a Ground Zero. La gente di fronte alle foto è cambiata, alcuni chiedono una foto a qualche turista, l’ufficio informazioni è aperto ma nessuno osa avvicinarsi. La poliziotta di colore con la bandana a stelle e strisce ti guarda, e tu guardi lei. Le vedi gli occhi e sai che lei vede i tuoi, ancora velati dalle lacrime. E sai, o forse speri e ti illudi di sapere, che sei riuscito senza parlare a spiegarle quanto le sei grato, quanto ammiri la polizia di New York, quanto ami questa città, quanto rispetti e sei grato a questo Paese. Ti incammini confuso e per un attimo non cogli la direzione da prendere, tu che a New York non sbagli mai strada: le gambe pesanti, il cuore di più, l’anima in pena, lo sguardo triste ma speranzoso. Sei a Ground Zero, sai che ci ritornerai sempre, ogni volta che verrai qui, sperando che siano tantissime. Rimpiangi di non avere mai visto le torri dal vivo, di non esserci mai salito, ricordi il racconto di tua madre e della cena con tuo padre al Windows on the world. Telefoni a tua moglie e a tua figlia, senza dar loro pensiero ti sforzi di essere allegro senza dire in che parte di New York ti trovi. Forse capiscono dove sei, da quante volte inconsciamente rubi ai caduti la frase che più spesso hanno detto lasciando messaggi nelle segreterie telefoniche o riuscendo a parlare con i propri cari prima che le torri crollassero: dici loro che le ami.
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On this day in American history: 9/9

1776 The second Continental Congress makes the term ''United States'' official, replacing ''United Colonies.''

1850 California becomes the 31st state of the union

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mercoledì, 06 settembre 2006

 

Grazie America

Da oggi al 24 settembre a Roma, presso il Palazzo dell'Informazione a Piazza Mastai, c'è una mostra fotografica intitolata "Roma e il Mito Americano. Eventi e immagini" che presenta le fotografie contenute nel volume "Grazie America".

L'evento fa parte di un programma di iniziative molto interessante, se siete a Roma dateci un'occhiata.

Il programma è qui.

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lunedì, 04 settembre 2006

 

On this day in American history: 9/4

Labor Day

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sabato, 02 settembre 2006

 

World Trade Center

Il film di cui tanto si parla l'ho visto lì dove andava visto, a New York. Devo dire che la sala era mezza vuota, con mia grande sorpresa, ed eravamo pur sempre sulla 42esima strada, nel bel mezzo del Theater District.

Le emozioni che suscita sono inevitabili, stante il fatto che chiunque abbia a cuore la democrazia occidentale (e ci togliamo dunque una larga fetta di Medio Oriente e molti utili idoti europei non pochi dei quali al governo in questo momento) non può non commuoversi quando si rivive, in qualsiasi modo anche molto meno in dettaglio di questo film, il vigliacco attacco terrorista alla civiltà americana, e dunque occidentale.