Never
6 anni, e tutti hanno detto tutto. C'è chi sostiene che non si debba più ricordare, questa giornata. Ma la mia vita è cambiata, quel giorno, come si fa a sforzarsi di far finta?
Ho una tradizione, ogni 11 settembre. Non prendo impegni, appuntamenti, meetings. Non mi programmo alcune delle tante cose da fare per lavoro davanti a un pc. Ed è sempre strano, perchè ogni anno mi capita che, incrociando le agende con alcune persone da incontrare, loro magari sono liberi e me lo propongono. La reazione, quando dico di no e spiego perchè (e lo spiego sinceramente, il perchè), è qualcosa che per alcuni è rispetto, per altri solidarietà, per altri compassione, per altri pena: ma non per le vittime dell'11 settembre, alle quali dedicano un pensiero forse un po' colpevole ma comunque innocentementefugace; è per me che provano, per qualche sedcondo, quei sentimenti. Non dico certo che gli altri fanno male, naturalmente, a lavorare oggi. Io lavoro, a io modo, ma faccio qualcosa di diverso. Resetto il mio cervello, lo svuoto. Mi immedesimo, ancora una volta. Riguardo i filmati, tutti. Rendo omaggio, mi scopro a pensare, mi scendono lacrime che ormai non mi stupiscono. Non sono gli anni che passano a diminuire questo moto del mio cuore: è troppo forte, è di quelli che nemmeno il tempo può modificare.
Lo so che sembra strano, che è strano. Chi leggerà questo post, se mai qualcuno lo farà, proverà anche lui (o lei) per me una delle quattro emozioni sopra descritte. Ma io non azzero me stesso ogni 11 settembre per suscitare emozioni in qualcun altro. Io rendo così onore a chi non c'è più, allo spirito di una città, di una comunità, di un Paese che al motto di "United we stand" insegna da anni e anni cosa vuol dire orgoglio, dignità, coraggio.
Dall'inizio di quest'estate c'è anche sulla mia pelle quel ribbon che significa "non dimenticheremo mai". Curiose le facce di chi mi incrociava al mare qualche giorno fa: chi sarà mai questo strano tipo con su una spalla il simbolo I love NY e su quell'altra un nastro rosso bianco e blu con stelle e strisce? Qualcuno si avvicinava e mi chiedeva se fossi americano. E la risposta era sempre la stessa.
Non bisogna essere americani per provare rispetto e ammirazione per il coraggio statunitense e newyorchese. Non bisogna essere americani per riconoscere la grandezza di stare dritti come le tante bandiere contro il vento di invidia, razzismo, ingratitudine, rabbia e malafede che contraddistingue chi prima durante e dopo l'11 settembre dimostra di avercela con gli Stati Uniti. Non bisogna essere americani per prendere a modello l'enorme cuore dimostrato dai policemen e dai firefighters della big apple e vivere senza dimenticare il loro sacrificio.
Bisogna azzerare la propria coscienza, però; bisogna rinnegare la propria umanità, piuttosto; bisogna stuprare la propria anima, invece: se si vuole continuare a far finta che l'11 settembre sia un giorno come un altro.
Per tutti i Bin Laden wannabees, alcuni dei quali non si rendono nemmeno conto di essersi ridotti a tanto (poco): la grandezza degli Stati Uniti d'America vi sovrasta e vi supera, vi intimorisce e vi infastidisce, vi toglie il respiro e vi rende nervosi. E' il minimo che vi possa capitare, e sarà sempre così.
Nine eleven, never forget

