L'eroe ci piace se la pensa come noi
Ancora Giampaolo Pansa sull'Espresso. Ancora per poco, è diventato troppo scomodo e tra breve non ci scriverà più ...
Che cosa nasconde la campagna politica contro i quattro ostaggi italiani catturati in Iraq
All'inizio della guerra in Iraq comparve a Roma, sulla via Nomentana, un grande striscione che diceva: "Saddam regalaci un altro Vietnam". La firma era di un gruppo di estrema destra che aveva riesumato il fascio littorio. Ma anche a sinistra tanti speravano che Bush affondasse in un pantano neo-vietnamita. Nomi illustri si auguravano che Saddam Hussein ce la facesse. Era un despota spietato? Pazienza, visto che si batteva contro gli Stati Uniti. Quando Saddam cadde, le speranze si trasferirono sulla guerriglia islamica. Con campagne politiche e di stampa, ma anche con raccolte di denaro.
Se riflettiamo su questo primo anno di guerra e di stragi, risulta evidente che esiste una bipartizione nell'area contraria al conflitto irakeno. Accanto a un settore pacifista, il più vasto e composito, ce n'è un secondo che voglio chiamare paciguerrista, più ristretto, però molto compatto. I paciguerristi vanno al di là del pacifismo immacolato. Non stanno al di sopra delle parti, bensì militano per una parte. Ieri per quella di Saddam, oggi per chiunque cerchi di mandare al tappeto il nazista Bush e i suoi alleati.
Questi due settori di opinione pubblica hanno ritrovato un punto di contatto dopo la cattura dei quattro italiani presi in ostaggio dalle Brigate verdi di Maometto. Un contatto che non si è dissolto neppure con l'esecuzione di uno dei prigionieri, Fabrizio Quattrocchi. Anzi, la loro campagna ha preso forza dopo le parole che Quattrocchi avrebbe pronunciato prima di essere ucciso: "Vi faccio vedere come muore un italiano".
Scrivo 'avrebbe' perché il video della sua esecuzione è conosciuto soltanto da pochissime persone. Sto peccando di un eccesso di prudenza? Penso di no. Sono disposto a credere ai testimoni, ma la vita mi ha insegnato che è sempre meglio sentire con le proprie orecchie e vedere con i propri occhi. Allo stesso modo ritengo che in quel dramma ci siano aspetti da spiegare, lati ancora nel buio. Tuttavia, quel che mi sembra chiaro è il motivo che aveva spinto in Iraq i quattro italiani. Non per combattere una guerra da irregolari, da mercenari. Bensì per fare un mestiere che si sta diffondendo in tutto il mondo: gli addetti alla sicurezza, le guardie del corpo private.
Anche in Italia ci sono migliaia di uomini che fanno questo lavoro. Li incontriamo ogni giorno, nelle banche, negli uffici, negli aeroporti. Tutelano le nostre vite, a Roma o a Milano come a Baghdad. Mi ha colpito per l'estrema chiarezza l'esempio che, nel Ballarò di Rai3, martedì 20 aprile, ha fatto Paolo Mieli. Ha detto: se volessi aprire in Iraq un'azienda editoriale, per pubblicare giornali o libri, e in questo modo contribuire alla nascita di una democrazia irachena, dovrei difendere i miei giornalisti e i miei tipografi con guardie armate come, salvo sorprese, erano gli italiani presi in ostaggio.
Sono del tutto d'accordo con Mieli. Eppure, su Quattrocchi e i suoi compagni, è subito partito, ed è ancora in corso, un linciaggio mediatico di una violenza che mi ha angosciato, ma non sorpreso. Mi ha angosciato perché l'accusa numero uno ("Mercenari!") è stata sparata subito. Quando il gruppo stava in mano ai sequestratori e Quattrocchi era ancora vivo. Potrei citare decine di articoli, dichiarazioni, commenti, lettere ai giornali. Non lo faccio perché tutta questa robaccia, sfornata anche da intellettuali e da politici, mi sollecita ricordi cattivi. Ricordi che mi turbano, poiché mi riportano a un tempo feroce che ho vissuto da testimone: quello del terrorismo italiano.
Anche allora chi veniva sequestrato o ucciso dalle Brigate rosse subiva l'offesa di vedersi imporre una maschera che snaturava la sua figura. È accaduto a tutti. Carlo Casalegno venne dipinto come "un agente della controguerriglia attiva, prezzolato e cosciente", praticamente un mercenario. Guido Rossa fu liquidato come uno spione. L'ingegner Giuseppe Taliercio perché faceva morire gli operai di cancro. Il magistrato Francesco Coco perché mandava in galera i proletari senza prove... Ecco perché non mi sorprende la campagna di oggi contro Quattrocchi e i suoi compagni. Pattume già visto, schifezze che ritornano. Come una febbre malarica da cui non sappiamo guarire.
Insomma, gli eroi ci piacciono soltanto se la pensano come noi. se appartengono alla nostra stessa parrocchia politica, se ci confermano in quella che Luciano Violante ha chiamato 'pigrizia aristocratica' (io direi ideologica): "La convinzione che il nostro pensiero interpreti così bene la realtà da poter fare a meno di guardarla". Ecco il vizio che infetta troppa gente: una masochistica cecità. Ma chi chiude gli occhi rischia sempre di finire in malo modo. E, soprattutto, non ha futuro.

