archivio

domenica, 25 aprile 2004

 

L'obbligo più importante: mettere a disposizione del pubblico tutti gli elementi che gli permetteranno di giudicare in piena autonomia

E poi si candida alle europee. Alla faccia della piena autonomia di giudizio. Alla faccia della RAI appaltata a Berlusconi. Alla faccia del giornalismo serio e indipendente (Santoro è un altro). Libero analizza le perle antiamericane di Lilli la reporter.

COSÌ NEL SUO LIBRO-DIARIO "I MIEI GIORNI A BAGHDAD" LA GIORNALISTA RAI SI SCHIERAVA CON GLI IRACHENI E ATTACCAVA GLI STATI UNITI

Simpatia per i ministri del rais, critiche ai soldati Usa e al Pentagono: «Per credere a Bush serve una fede cieca» - MILANO - Lilli Gruber, l'inviata con la pashima, è andata in guerra, a raccontarci i bombardamenti di Baghdad per il Tg1, «sempre in ordine, presentabile, con un leggero trucco», per rispettare l'abbonato della Rai. Perché la forma è importante. E ancor più la sostanza. «Noi giornalisti televisivi», scrive nell'introduzione de I miei giorni a Baghdad (Rizzoli, pp. 324, euro 16), «deteniamo un potere eccezionale: possiamo entrare ogni giorno nelle case di milioni di spettatori e ottenere la loro attenzione. Godiamo di una sorta di diritto d'ingerenza che non è concesso a nessun altro. Questa grande libertà va però coniugata col rispetto dei fatti. Il giornalista deve scomparire dietro la realtà che racconta. Le sue scelte personali, le sue opinioni, i suoi sentimenti non devono pregiudicare l'obbligo più importante: mettere a disposizione del pubblico tutti gli elementi che gli permetteranno di giudicare in piena autonomia». Perfetta, la teoria. Un po' meno la pratica, soprattutto se vista con il senno di poi, alla luce della notizia della probabile "discesa in campo" della rossa Lilli nella lista Prodi. Rileggiamo, infatti, alcune pagine (insipide, in tv è molto più brava) del suo diario dall'Iraq, «teatro di una nuova avventura militare del presidente americano George W. Bush», dove arriva il 23 gennaio 2003. Con le idee chiare. «Le unità militari americane porteranno con sé i cosiddetti embedded ,i giornalisti al seguito, che condurranno una vita simile a quella dei marine, dando troppo spesso l'impressione di identificarsi con i loro compagni di ventura». Meglio invece coprire il probabile conflitto da Baghdad «stando in mezzo alla popolazione civile, piuttosto che al seguito dei militari, costretta a rispecchiare il loro punto di vista soltanto». E pazienza se si finisce influenzati dal regime, quel che importa è evitare di cadere sotto le grinfie della perfida amministrazione Bush, «trionfante per il prestigio di quella che i suoi militari hanno presentato come una grande vittoria in Afghanistan, contro i talebani e contro al-Qaida». Per credere al presidente Usa serve «una fede cieca e l'abbandono di ogni facoltà critica». E lei non ci casca, «l'indubbia supremazia americana anche nella guerra di propaganda» le fa un baffo. Molto più simpatico il ministro dell'Informazione di Saddam, Muhammad Said al-Sahhaf, quello che negava la presenza degli americani a Baghdad proprio mentre un carro armato Usa appariva alle sue spalle. I personaggi positivi sono l'ispettore Hans Blix («Bisogna rendere omaggio a questo diplomatico svedese») «irritato dalla malafede di Washington»; i poveri scienziati iracheni, che «hanno spalancato le porte di tutte le istallazioni con il sorriso sulle labbra», ignari di essere « doomed if you do, doomed if you don't » ("fottuti qualsiasi cosa facciano"); i pacifisti, «semplici cittadini che hanno lasciato tutto per fare da "scudi umani" a migliaia di chilometri di distanza»; Tareq Aziz, il numero due del rais, «curioso e ironico»; al-Jazeera, «la bestia nera degli americani», che offre «un'informazione alternativa» a Cnn e Fox («cassa di risonanza della posizione ufficiale dell'amministrazione americana»). Il Male, ovviamente, sta al Pentagono, «dove il bilancio delle vittime civili irachene è l'ultima delle preoccupazioni degli strateghi della guerra preventiva», e nell'«insopportabile arroganza» degli yankee: «L'esercito americano è una formidabile macchina da guerra, dotata di una potenza di fuoco senza pari. È tuttavia formato per lo più da adolescenti cresciuti troppo in fretta che non sembrano aver ancora imparato a controllare i potenti mezzi messi a loro disposizione. E forse sanno anche che verranno assolti da una società accecata dalla paura». Finita la guerra, nota: «Ero abituata a eludere la sorveglianza via via sempre meno attenta dei nostri guardiani iracheni, ma ora mi rendo conto che far ragionare un soldato americano sarà un compito ben più arduo». All'autrice di queste righe l'Ulivo ha offerto un seggio europeo. Leggendo il libro, chi avrebbe mai potuto immaginarlo?


Un post di Mixumb delle 19:59 · commenti (6)