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venerdì, 23 maggio 2003

 

Messico senza nuvole

Dunque, ieri sera cenetta intima per il compleanno del capo. Qualche giorno fa le ho chiesto se c’era un posto dove preferiva che la portassi. Ha tirato fuori uno dei settecentomila ritagli che si tiene da parte, e mi fa : che bello che bello, andiamo a questo ristorante messicano qua. Ok, le dico, a posto. Ieri prenoto, e poi si va. Testaccio, zona molto cool di Roma, dieci minuti per parcheggiare, normale routine. Arriviamo e una porticina dipinta di verde ci dice che il ristorante è al secondo piano … secondo piano ? Strano. Saliamo le scale, il corrimano dipinto di rosa, e alle pareti mi appaiono manifesti contro la fame nel mondo, comizi tenuti nel 1989, e così via. Secondo piano, entriamo e ci arriva una (giustissima !) zaffata di peperoncino, tanto per capire che aquì està mexico. Siamo in una specie di serra ricavata dalla copertura alla bell’e meglio di una terrazza, tant’è che poi di fronte a noi la terrazza continua e si può mangiare all’aperto. Ci accoglie una signora alla quale dico che abbiamo prenotato. Il capo si avvia diretta verso l’esterno, così la seguo obbediente. Ci sediamo. Dalla terrazza si vede il mitico gazometro, una struttura ora in disuso che caratterizza la zona. Non lontano c’è l’Alpheus, qui siamo in zona “ fate ignoranti”. Ci sono quattro grandi pali dipinti di verde, alla cui sommità sono legati delle decorazioni che simulano foglie di una pianta. C’è poca luce, e alla nostra sinistra un grande palazzo in ristrutturazione. Il tavolo e le sedie sono spartani, tovaglia e posate anche. Tutti fumano, dietro di me c’è un arnia o qualcosa del genere, illuminata. Al suo fianco un vecchio telefono a scheda arancione. Poi la vedo, lì dove me l’aspettavo, che dà sulla strada : da sotto non l’avevo notata. Multicolore, che sventola, immancabile. Non c’è scritto pace, ma arci. Siamo in un circolo arci. Spengo il telefonino, che ha per suoneria l’inno americano, e metto in tasca il portachiavi, con la scritta I love NY. Non mi sento stupido per averlo fatto : lo faccio e basta, col sorriso e senza polemica. Arriva la signora, gentilissima, che ci chiede se abbiamo la tessera. Rispondo di no, mentre il capo mi guarda con aria interrogativa. Mentre la signora va a prendere le tessere, spiego al capo che l’arci è una serie di associazioni legate alla sinistra, e che qui la formula è quella dell’associazione culturale : per stare qui devi essere iscritto, lo fanno in tantissimi altri posti, ci si configura come meno commerciali e più attenti alla socialità, si pagano meno tasse. Il capo mi chiede cosa vuol dire arci, ma io ho qualche difficoltà : associazione (ok) ricreativa (?) comunista(ma non credo, e mi sento un po’ berlusca. non credo comunista, ma non so cosa sia la c. comunque) italiana(suppongo). Alla mia destra uno si accende una canna. Sulla terrazza tira un venticello, ci portano due salsine e cinque o sei patatine di mais : il capo ne prende un po’ con una delle due salsine, una micidiale miscela di tutto ciò che è piccante su questa terra. Quasi si strozza, chiedo di corsa l’acqua, gliela verso e si calma. In effetti, ammazza quanto pizzica : però non male. Arriva la signora con le tessere. Mi si chiede di iscrivermi (gratis) all’arci. Sorrido. Il capo disapprova che su romac’è non abbiano detto che per venire qui bisognava farlo, ma non perché lei ce l’abbia con questo ambiente, per principio. Le do ragione, ma le racconto che comunque, io che non la penso come loro, se immagino una struttura che lotta avverso le discriminazioni contro i gay penso all’arcigay, e che comunque l’ambiente mi piace, non lo frequenterei sempre ma non ci trovo nulla di male. Lei è d’accordo, ma il principio rimane. Non ha torto. Lei mi fa : e allora che fai, ti iscrivi ? Manco per niente, le dico io : dammi qua. E ci scrivo due nomi di due cari amici, con indirizzi di altra gente. Due finte email, siamo due impiegati diplomati che vivono al quartaccio e sul lavoro non hanno una email loro, guardano la posta ogni tre giorni di notte che costa meno con un vecchio 56k che fa tutti quei rumori. Certo, siamo vestiti eleganti, ma veniamo direttamente dal lavoro : tutto intorno è un fiorire di magliette, c’è uno con il che, naturalmente. Il cameriere, un simpatico ragazzo alto, è in ciabatte, e porta con orgoglio uno splendido paio di baffetti stile lou bega che non c’entrano niente con la sua faccia. La radio manda musica messicana, anche se non so come a un certo punto parte Jennifer Lopez con waiting for tonight. Però in spagnolo. Dico al capo, che stasera si chiama Lucia (io sono Claudio), di firmare la tessera. Lei sente che la signora gentile dice ad un tavolo a fianco qualcosa tipo : “ poi noi controlliamo la tessera ”. Il capo è preoccupata, ma divertita. Se ci controllano i documenti vedono che abbiamo scritto nomi fasulli. Non preoccuparti, le dico, lei sta rispondendo ad uno che le ha detto di avere la tessera, ma non con sé : la signora gli ha chiesto come si chiama, poi controllerà se il nome è sul registro degli associati, lo fa perché come associazione culturale deve poter sostenere se viene un controllo che tutti i presenti sono associati. Il capo insiste : e se ci chiedono i documenti ? Non li chiedono stai tranquilla, non sono obbligati a farlo e sono lontani anni luce dall’idea un po’ poliziesca di schedare il prossimo oltre ciò che devono. Lei giustamente mi fa notare che abbiamo prenotato con il mio nome. Io le rispondo che se me lo chiedono (ma non credo) dirò che ha prenotato suo fratello, e invece di dare il nostro cognome ha dato il suo. Una cameriera, praticamente in bikini, sente freddo al pancino e si va a mettere uno scialle. Alla mia destra una lei seduta con la postura di chi è interessata dice ad un lui che ha 5 fratelli ma va d’accordo solo con sua nonna : un classico. Sono nella fase del corteggiamento, sguardo di lei complice, è divertente rubare ogni tanto un attimo della sua felicità : lui mi dà le spalle, spero che se la meriti. Ci portano il vino, e sebbene io sia quasi astemio mi impegno a finire la bottiglia in due : d’altronde qui c’è il venticello, io ho tolto la giacca e non mi va di rimetterla e ci si deve riscaldare. Ne verso un po’ nel bicchiere del capo. Passa un treno molto vicino e per un attimo non sentiamo più quello che ci stiamo dicendo. Ordiniamo riso con fagioli piccanti per due, poi maialino all’arancia io e fajitas con pollo e peperoni lei. Davanti a me, nel palazzo di fronte, c’è uno affacciato alla finestra che ci guarda. Il cameriere con le ciabatte corre avanti e indietro, ogni tanto fa un passo di danza (senza i piatti in mano ! ) al suono della musica, che adesso è di radio mambo. E’ tutto molto alternativo, un po’ fricchettone, simpatico. Mi dico che qui starebbe benissimo la nostra amica manuelie diddi pulèn, sarebbe come un pisello nel suo baccello. Arriva il maialino, è squisito (il riso invece niente di che). Continuiamo a bere vino, il capo sostiene che non riuscirà ad andare dritta, io le dico che tanto guido io, che pure ho quella sensazione di quando non sei ubriaco, ma hai bevuto un po’. Mi sovviene che in Spagna, tante estati fa, ad ogni tequila con un olandese stranissimo di nome Rick e la mia amica Mari Carmen e la sua amica Mari Sol (tutte si chiamavano Mari, a Nerja) ci chiedevamo : borracho ? e l’altro rispondeva : alegre ! fino a quando non si finiva sotto al tavolo. Bei tempi, quando si era giovani e la vita era più semplice : c’era l’Andalusia, la lingua spagnola, il sole, il mare e una scuola di spagnolo per vacanze estive dove il rapporto uomini-donne era uno a venti, e non c’erano italiani manco a pagarli. Una vita fa. Mi risveglio dalla piccola reminiscenza alla quale mi sono lasciato andare tra me e me, complice il vino. Passa la ragazzetta con lo scialle, è giovane e già abbronzata. Ci chiede se vogliamo un postre : ok per un dolce strano con banane e noccioline, che poi si rivelerà davvero mediocre. Chiediamo il conto ? Ok, mi dice il capo infreddolita e un po’ stordita dal vino, bellissima col suo sorriso che cura tutte le ferite dell’anima, e io mi dico che devo essere stato un dannato eroe mondiale benefattore dell’universo nella mia vita precedente se in questa mi sono meritato lei come compagna di vita. Paghiamo, lasciamo una bella mancia, soddisfatti della serata particolare e alternativa : per un ristorante più classico faremo una prossima volta. Signora gentile, ragazzetta col pancino di fuori, simpatico baffetto con le ciabatte : non ce ne vogliate se ci siamo iscritti con due nomi che non sono i nostri, a voi non interessa e siete delle brave persone, ma iscriversi all’arci sarebbe stato ipocrita. Vi porterò manuelie diddi pulèn, lei sicuramente si iscrive, vi sovvenziona e vi porta anche tanta altra gente : ma dovrà chiamare me Claudio e il capo Lucia. Ce ne andiamo abbracciati giù per le scale, e arriviamo per strada. Guardo verso l’alto, sventola la bandiera dell’arci con i colori della bandiera della pace. Accendo il cellulare, e guardo il mio portachiavi I love NY. Saliamo in macchina, metto il cd degli Incognito, e mi sento proprio contento e in pace col mondo. Buon compleanno, moglie.

Un post di Mixumb delle 11:56 · commenti (2)