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giovedì, 12 agosto 2004

 

Gesù è morto di freddo. A Bruxelles

Da Il Foglio di oggi

Per evitare di affrontare le conseguenze dei suoi errori di valutazione, l’Unione europea ha la tendenza a negare l’esistenza dei problemi, in base a un uso cavilloso del principio garantista dell’esigenza di prove. Nelle province occidentali del Sudan, come tutti sanno, è in corso il massacro delle popolazioni civili nere e l’incendio sistematico dei villaggi, con l’effetto della fuga disperata di circa un milione di persone e l’assassinio di molte migliaia. Però questo, per Pieter Feith, rappresentante di Xavier Solana per il Sudan, non basta per parlare di genocidio. La ragione è che bisogna “dimostrare che si sono commessi atti sistematici contro un determinato gruppo etnico”. Quindi, pare di capire, visto che i miliziani filogovernativi attaccano indiscriminatamente tutti i villaggi del Darfur, non possono essere accusati di pulizia etnica. La tesi è tanto paradossale che anche chi cerca di difenderla, come El Pais, riesce solo a spiegare che il Darfur non è come il Ruanda, per la diversa scala dimensionale dei massacri, ma come il Kosovo. Ma in Kosovo la Nato, di cui era allora segretario Solana, intervenne.
Un altro organismo europeo, l’Ufficio antifrode, ha intanto concluso che “non ci sono prove che fondi discrezionali di assistenza economica diretta all’Autorità nazionale palestinese siano stati impiegati per finanziare attività illegali, terrorismo compreso”. Anche qui lo scrupolo per le prove serve a negare una realtà che è nota a tutti, compresi i palestinesi che si ribellano al regime nepotista e corrotto di Yasser Arafat. In questo caso, poi, chi dà i quattrini (più di un miliardo e mezzo di euro) ha il diritto di chiedere conto di come sono stati spesi, invece di dover cercare le prove delle frodi. Invertendo l’onere della prova, l’Ue può continuare a regalare soldi ad Arafat naturalmente senza alcun controllo su come vengono spesi. Una istituzione internazionale che in due giorni riesce a sostenere che il governo sudanese è innocente e Arafat è onesto, potrebbe dire che Gesù è morto di freddo.

Al direttore - “Secondo il rapporto preliminare preparato e diffuso il 10 agosto dall’Olaf, l’ufficio antifrode dell’Ue, ‘i fondi comunitari destinati all’Autorità nazionale palestinese non sono mai finiti nelle mani sbagliate, tanto meno in quelle delle organizzazioni terroristiche”. Questa notizia è a dir poco sconcertante. L’Olaf non è credibile, le stesse iniziative in corso contro la corruzione dei vertici dell’Anp sono divenute ancora più feroci, da parte di esponenti autorevolissimi palestinesi, in queste ultime settimane: basti pensare all’ultimatum rivolto da Mohammed Dahlan ad Arafat. L’Olaf si è già recata a Gerusalemme due volte negli ultimi dieci mesi ed è in procinto di tornarci per interrogare alcuni detenuti palestinesi che hanno ammesso alle autorità israeliane di aver ricevuto soldi da conti sospetti. L’Olaf sa benissimo che durante le audizioni del Gruppo di lavoro del Parlamento europeo, voluto dai radicali nella scorsa legislatura, è sorta una polemica su ciò che è da considerarsi prova e cosa no. Tanto per fare un esempio, durante queste audizioni l’intelligence israeliana ha prodotto dei documenti comprovanti dei versamenti destinati ad azioni terroristiche. L’Olaf, da parte sua, ha dichiarato di non considerare prove questi documenti perché non vi era stato un processo che confermasse questa tesi. Come dire: non considero prova ciò che lo è per i servizi di uno Stato democratico (figurarsi se poi è lo Stato di Israele). Ormai è unanime il coro di coloro che riconoscono livelli spaventosi di corruzione e di distrazione dei fondi comunitari all’interno dell’Anp. Basti pensare al business miliardario per il cemento del muro: in un rapporto del parlamento palestinese viene denunciato il coinvolgimento nell’affaire di società ed esponenti dell’establishment vicino ad Arafat, in particolare del suo super-tesoriere Mohammed Rashid in una vicenda a dir poco incredibile secondo la quale parecchi di questi denari hanno arricchito palestinesi già ricchi. In un sondaggio pubblicato il 22 giugno scorso, svolto dall’istituto di sondaggi palestinese Jmcc, addirittura il 90,3 per cento dei palestinesi ritiene che l’Anp sia corrotta. Per non parlare delle conclusioni della commissione di inchiesta del Consiglio legislativo palestinese che proprio in questi giorni ha accusato l’Anp di essere la causa principale dello stato di anarchia nel quale si trovano i territori da lui amministrati. Tutto per come viene gestita la sicurezza e i fondi che l’Ue destina ai suoi apparati. Il conto personale di Arafat, che solo nel periodo 2002-2004 ha ricevuto, per il funzionamento del suo ufficio, dal bilancio dell’Anp, la bellezza di 219 milioni di dollari, è al di fuori di ogni controllo. Lo stesso Fmi, incaricato di vigilare‚ (si fa per dire) sul bilancio dell’Anp, non ha competenze sul conto personale di Arafat e, nel settembre 2003, parlava anche di un “buco‚” nel bilancio dell’Anp, di 900 milioni di dollari per il periodo 1995-2000 quando il controllo diretto del bilancio lo aveva Arafat e non l’attuale ministro delle Finanze. Per l’Olaf i “buchi” non sono “prove”.
Sergio Rovasio



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