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giovedì, 14 ottobre 2004

 

Quella voglia che c'era allora, chissà dov'è. Chissà dov'è.

 

Eravamo giovani e un po’ scemi. Avevamo 16 anni, e poi 17, e poi 18, e poi finì il liceo. Ma noi continuammo, in un gruppetto ristretto, a frequentarci. Ognuno aveva scelto una diversa facoltà. Io volevo diventare uno scienziato politico, Fabio un ingegnere come pure Gianluca, Sergio S uno speleologo, David un filosofo. Poi c’era il gruppetto dei futuri commercialisti, o chissà cosa: c’era Adriano, Michele e anche Sergio D. Infine chi non volle provare l’università: Angelo e Francesco presero la via della ricerca del lavoro, subito. A diciott’anni chi sapeva esattamente cosa ci avrebbe riservato il futuro ? Si andava a giocare a biliardo, e si cercava di rimorchiare. C’era chi andava al cinema, chi allo stadio. Nessuno a messa, tutti bravi ragazzi. Erano gli anni ’80, la seconda parte: le ragazze della nostra classe non le frequentavamo praticamente più, ma cascasse il mondo ci si vedeva sempre tra noi ragazzi. Le partite a poker di quei tempi sono un gran bel ricordo, ci stordivamo un po’ con quello che c’era, anche con l’Amaretto di Saronno, le rare volte che avevamo a disposizione la casa di qualcuno, solitamente di Fabio: lontana, in culo alla luna, ma era nostra, solo nostra. Quando i genitori di Fabio non c’erano, s’intende.

Conservo ancora alcune foto di quell’epoca. Tutti avevamo pettinature improponibili, jeans normali senza scoloriture o vite basse o buchi. La barba non tutti i giorni, ogni volta che andavamo in gita facevamo la piramide uno sopra all’altro e chiedevamo a qualcuno di farci una foto. Cazzo, eravamo bravi ragazzi. Mai nessun problema, solo uno di noi si faceva qualche canna ma sporadicamente, nessuno fumava, fisse le ore di educazione fisica a giocare a pallone coi “secondini”, quelli della seconda liceo, che rimanevano sempre “secondini” anche se poi gli anni passavano. Poi, piano piano, non si sa come, ci si perse di vista. Una storia con una ragazza un po’ gelosa, ma comunque anche la voglia di starci insieme il più possibile. Nessun motivo particolare, la vita che ti cambia e ti allontana così, senza che te ne accorgi nemmeno. E passarono gli anni, correndo e crescendo, con il nostro passato che nessuno ci avrebbe mai tolto e ricordi normali di ragazzi normali che avevano fatto cose normali: la gita, i cento giorni, le partite a tennis, le versioni di latino, la professoressa di matematica e la sua figlia tettona.

Un giorno, un paio di anni fa, non so nemmeno io come mi rintracciò Adriano. Adriano era il centro di tutti, o meglio era quello più simpatico, più caciarone, più dinamico. Era anche l’unico ad avere avuto una storia con una nostra compagna di classe. Insomma, Adriano era finito a Parigi. Mollata Economia e Commercio si era laureato all’ISEF, seguendo la sua normale attitudine allo sport: era quello più in forma, che riusciva meglio in qualsiasi sport. A Parigi Adriano lavorava in non so quale azienda, con la sua ragazza, che io non conoscevo. Ci facemmo delle grandi feste, al telefono. Mi raccontò che era in contatto con qualcun altro: Michele stava a Londra (Michele ? A Londra ? A fare che ?), Gianluca faceva il procuratore di calciatori, Sergio D non si capiva bene. Sergio S si sarebbe sposato da lì a poco con una americana (ironia della sorte, il vecchio comunista Sergio S alle prese con gli odiati USA) e a occhio e croce era l’unico che faceva quello che voleva fare da neodiplomato, o quasi. David faceva credo il commediografo, l’artista: sempre stato strambo, quello, ma forte però. E io, ma davvero io adesso ero un radicale convinto ? Ma guarda la vita, che strana, Umbertone un radicale. Cominciammo a sentirci, a scriverci email. Venne a Roma e ci vedemmo: io gli presentai il mio capo, lui il suo. Poi nacque sua figlia, meno di un anno fa. Quando venne a Roma mi fece vedere la sua foto, e mi disse di non dirgli, come avevano già fatto tutti, che aveva gli stessi suoi capelli – ma proprio lo stesso numero … era, che io sapessi, il primo del nostro gruppo che aveva un figlio. Grande Adriano, sempre davanti agli altri, era lui che ci aveva un po’ riavvicinato, e ci era dispiaciuto che nel dicembre del 2002 loro stessero a Roma per rivedersi ma io non ci fossi. Li chiamai dal ponte di Brooklyn, per farli sformare un po’ d’invidia e per salutarli. Non riuscii a parlarci, ma poi ci sentimmo e gli dissi che bisognava rifare una rimpatriata. Non con tutti, quasi impossibile metterli insieme e poi magari a qualcuno non sarebbe nemmeno interessato molto: ma con il gruppetto storico, perché no ? E invece no.

Perché la vita è orrenda, e io poi continuo a scrivere di morte. Adriano se n’è andato ieri, di corsa come era vissuto, velocemente tanto da non permettere a nessuno di prepararsi, di fare qualcosa, che poi cosa ti vuoi preparare e cosa vuoi fare, in pochi giorni te ne vai e lasci una figlia di manco un anno e tutti attoniti e con un groppo in gola. Un groppo che fa male, e le lacrime che scendono sceme, ma vere, sincere ma rabbiose.

Forse adesso riusciremo a riunire il gruppo, lo dobbiamo fare. Del resto eravamo uniti da una comune costante: fare le cose sempre troppo tardi.

Forza Roma Adrià, ma tu guarda che hai combinato. Ti voglio bene.
Un post di Mixumb delle 15:13 personale · commenti (3)