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martedì, 21 dicembre 2004

 

Two Christmas ago I gave you my heart

Lo scorso anno, il 21 dicembre, scrissi un post al quale tenevo molto. Celebrava un anno dalla partenza per New York, il posto più bello del mondo. Siccome in quest'ultimo scorcio di 2004 l'unica sortita in terra americana è stata l'incursione di ieri in Ambasciata (che, tra l'altro, è andata benissimo), sono in piena crisi d'astinenza e una delle poche cose che posso fare è ripostare quello che scrissi lo scorso anno. Perdono per l'autoreferenzialità, qualora se ne ravvisasse alcuna.

Il titolo del post di oggi deriva dal fatto che quello del post del 21 dicembre 2003 era "Last Christmas I gave you my heart"

 

Metto a posto il passaporto, ci attacco la marca da bollo che più di ogni altra cosa lo qualifica come “italiano”, ne controllo ancora i timbri – sempre troppo pochi, per chi vorrebbe vedere ogni parte di questo strano mondo – e mi cade l’occhio su quello del 2002. E’ passato un anno esatto da quando ho messo piede per la prima volta negli Stati Uniti, tanto sognati, tanto amati, per un pezzetto di quel viaggio che dovevamo fare nel settembre del 2001. Era il nostro originario viaggio di nozze : il capo ed io avevamo programmato tutto, nei minimi termini. Lista di nozze presso l’agenzia di viaggi – avevamo già arredato la nostra casetta, già vivevamo insieme da quasi due anni – e giro della costa est : New York, Washington, Buffalo con Niagara Falls, New Orleans, Orlando, Miami e poi casa. Venti giorni, di più non eravamo riusciti ad avere : il 22 settembre il giorno della nostra festa, il matrimonio di rito civile con tutti i nostri parenti ed amici ; il 12 ottobre il matrimonio di altri amici, e la fine delle ferie, e in mezzo il viaggio. Le ragazze dell’agenzia di viaggi non avevano mai visto una coppia di clienti così determinati : avevamo scelto tutto noi, compresi gli alberghi dove dormire. Tutto prenotato, tutto organizzato, tutto perfetto. Poi, l’undici settembre. Il dramma. La rabbia. La voglia di non partire, di non fare più alcun viaggio. Quella voce dentro di me che mi diceva di volerci andare lo stesso, non appena si fosse riaperto lo spazio aereo. Ma la consapevolezza di non poter costringere la persona più importante della mia vita a fare un viaggio di nozze nella preoccupazione e nelle inevitabili difficoltà del post 11 settembre. Perdemmo un’occasione, sicuramente : di vedere come un popolo si rimetteva in piedi, reagiva a quello che gli era stato fatto, dimostrava al mondo che si sarebbe ripreso più forte di prima. United we stand, sarebbe stato il motto . ma un viaggio di nozze si fa una volta sola nella vita (si spera). Le ferie già le avevamo prese, il credito presso l’agenzia di viaggi era frutto dei regali dei nostri amici, che si strinsero attorno a noi capendo la nostra delusione. Quasi abulici andammo in agenzia, senza avere un’idea precisa su come sostituire in fretta e furia quel viaggio che avevamo programmato per mesi, e sognato per anni. La scelta cadde sul Messico, ma niente avrebbe potuto prendere il posto del nostro viaggio, e difatti non lo fece, al di là della nostra felicità (la felicità è una festa mobile, diceva il nostro invito matrimoniale).

Così lo scorso anno, in grande fretta e senza dire a nulla a nessuno (ancora oggi la meta della nostra partenza natalizia di quest’anno è top secret per quasi tutti), organizzammo il Natale a New York. Partenza il 21, ritorno il 26. Oggi è un anno dal giorno in cui atterrammo a Newark, e prendemmo un taxi di un curioso giamaicano con i coprisedili di pelliccia che non aprì bocca fino a quando, al primo ponte, si girò e mi fece : “gimme one dollar”. Arrivammo da Hell’s Kitchen fino all’albergo, un po’ rintronati dal viaggio e dai grattacieli, come due sprovveduti provincialotti. Ci riposammo un po’, e poi uscimmo sulla quarantaduesima, imbacuccati per il freddo. Due isolati, diceva la mappa, e poi a destra : e girando l’angolo ci ritrovammo nel tardo pomeriggio dell’ultimo sabato prima di Natale a Times Square, l’ombelico del mondo. Fu … incredibile. Non lo posso spiegare a chi non c’è stato, non sono capace. Ma fu una delle emozioni più forti mai vissute in vita mia, come tutti i giorni che seguirono e che volarono. Il capo arrancava dietro di me, lei che è sempre più veloce del sottoscritto e del suo dolce peso : non mi fermavo, non mi stancavo, poi la vedevo indietro e la aspettavo, curioso di mangiarmi questa grande mela che mi faceva sentire piccolo piccolo. Era una sensazione strana, perché io da Roma avevo sempre giocato il ruolo di quello che nella grande città ci è nato, e accoglie quelli che vengono dai paesini limitrofi con un’aria che se non era di sufficienza era comunque di abitudine al grande. Lì, a Manhattan, catapultato nel posto più bello, più grande, più vivo del mondo, ero come un bambino nel paese dei balocchi, desideroso di vedere e vivere tutto : andammo a vedere l’albero al Rockfeller Center con la pista di pattinaggio, sull’Empire State Building colorato a festa, percorremmo in lungo e in largo downtown, il Village, Soho, Little Italy, Chinatown, Tribeca ; visitammo l’ONU, che tanto avevamo ammirato durante i nostri studi di scienziati politici e che oggi a me appare così lontana dall’ideale scritto su quei libri di testo e che il capo vive con strana distanza pur lavorando in una delle sue agenzie ; cenammo con mio zio Poldo nel suo ristorante / caffè accanto alla Columbia University, dove mi raccontò come fosse arrivato a New York decenni fa senza un soldo, e come oggi avesse un paio di appartamenti, una bella villa vicino Chappaqua e quel bel ristorante dove si organizzavano serate di canto lirico con gli studenti della Columbia ed una pianista russa dallo stranissimo accento ; prendemmo il traghetto per Miss Liberty e per Ellis Island ; camminammo per Central Park, senza riuscire ad arrivare al Reservoir ; visitammo Harlem ed assistemmo la domenica mattina alla messa nella Abissinian Baptist Church, dove le signore di una certa età arrivavano tutte precise e vestite a festa - perché di festa si tratta, la messa – e dove vennero battezzati una trentina di nuovi fedeli, perché nella chiesa c’è proprio una piscina al lato dell’altare. Io passai i primi cinque minuti a chiedermi perché tutti rispondevano “Hey Man”, che poteva sembrarmi un moto di approvazione ma insomma, dirlo sempre sembrava strano, e poi mi diedi dello scemo e capii che dicevano “Amen”, che si pronuncia nello stesso modo (non sono abituato a stare in chiesa, ma questo ormai lo sanno tutti). Cantarono i cori gospel più belli che conosco, e fuori della chiesa c’era un signore che gentile ma fermo invitava a fumare, se proprio dovevano, sul marciapiede opposto a quello della chiesa. Poi andammo a Ground Zero. Il silenzio, l’emozione, i brividi … mai avrei pensato che un buco in terra, un semplice, gigantesco, immenso buco in terra mi potesse fare tanto effetto. Piansi, senza curarmi del fatto di poter sembrare un sempliciotto, e non mi vergogno di averlo fatto o di scriverlo qui : piansi a lungo, le lacrime calde mi scorrevano lungo le guance e io stavo lì, a vedere la foto scattata dall’alto con le macerie ancora fumanti lo stesso esatto giorno in cui io sposavo la donna più magnifica del mondo. Lessi molti dei messaggi appesi lungo la recinzione della chiesa di fronte a Ground Zero, ed entrammo a visitarla : oggi è un museo, un omaggio ai caduti di quel giorno. Se ci penso, anche solo a scrivere queste righe ho il cuore in gola. Natale fu eccezionale : la mattina piovve a dirotto, ma noi andammo a Times Square a fare compere : tutti i negozi erano aperti, e mangiammo in un deli gestito da pakistani (pensai allora quanto fosse strano il mio pranzo di Natale, senza poter immaginare che quest’anno lo avremmo fatto addirittura sull’aereo). Poi la pioggia smise, e andammo all’appuntamento con i nostri amici Daniella and Bruno, a Grand Central Station : una passeggiata, un viaggio in metro, ed eccoci nel loro appartamento, nell’east river. Eravamo al trentesimo piano, e cominciò a nevicare : fu spettacolare, mangiammo il tacchino e parlammo di New York, guardammo le foto scattate durante la loro permanenza ed ascoltammo i loro racconti su come fosse la vita nella grande mela, mentre fuori la neve cadeva copiosa ed imbiancava tutta la città. Trovammo un tassista dell’est europa, completamente matto, che ripeteva urlando “Times Square, I can do it” mentre ci portava a destinazione, sgommando ad ogni semaforo sulla neve. Dai finestrini vedevamo i portieri degli stabili di lusso che spalavano la neve dalle porzioni dei marciapiedi antistanti le uscite dei grattacieli dove lavoravano … arrivammo a Times Square, e con la neve era ancora più magnifica. Poi andammo in albergo, ci asciugammo e ci cambiammo, e scendemmo nella hall per una buona cioccolata calda e per guardare fuori dai vetri New York di notte sotto la neve. Lo spettacolo era meraviglioso, io scoprii che era lì dove avrei voluto stare per sempre. Il giorno dopo facemmo un sightseeing, non ci permisero di andare sulla parte scoperta del bus perché piovevano pezzi di ghiaccio dagli alberi, sciolti dal sole che arrivò dopo la neve del giorno prima. Tornammo a casa, e fummo presi da una nostalgia intensa per New York, che dura ancora oggi. I primi giorni stavamo come quelli della pubblicità di una nota società che organizza crociere : ci sorprendevamo a pensare a New York con le lacrime agli occhi. A me non è più passata, anche se poi a tutto ci si abitua, anche a tornare a vivere a Roma che rimane certo una bellissima città che amo molto. Fu strano anche passare il capodanno con i nostri migliori amici, quelli storici, in un agriturismo in Toscana : eravamo come ipnotizzati, la nostra mente tornava a New York, passammo tre giorni come amebe mentre attorno a noi tutti dipingevano le bellezze della vita in agriturismo e mangiavano come delle cavallette incinta. Noi avevamo lo sguardo assente, le nostre menti ed i nostri cuori erano lontani da lì. Oggi è il 21 dicembre 2003, un anno fa scoprii il posto più bello del mondo che pensavo fosse bello ma non immaginavo quanto. Festeggio socializzando con il mio blog il mio amore per New York … come se non si fosse capito. Portate pazienza, se vi sembro ingenuo e provinciale. Lo so che negli Stati Uniti ci sono altri posti completamente diversi da New York, lo so che sotto Natale quel posto è ancora più splendido, lo so che la vita costa eccetera eccetera. Lo so, però I love New York, e non vedo l’ora di tornarci.