Dalla Cei solo un´indicazione morale, i cattolici votino in piena libertà
Marco Politi intervista Mons.Casale, vescovo emerito di Foggia: quello di Ruini non è un diktat "con toni ultimativi" - su Repubblica di oggi
ROMA - «La Chiesa offre ai cristiani un´indicazione dottrinale e anche un´indicazione di metodo: poi il fedele si può regolare responsabilmente». A ottantadue anni, sessanta da prete e trenta da vescovo, monsignor Giuseppe Casale, vescovo emerito di Foggia, può permettersi il lusso di parlare con assoluta libertà. Una dote che non gli è mai mancata. Il pronunciamento della Cei, dice, non ha carattere ultimativo. Sul referendum decide la coscienza del credente.
Monsignor Casale, per i credenti cattolici il dilemma è se votare liberamente o seguire i dettami del cardinal Ruini. Lei cosa dice?
«Leggiamo bene il comunicato del Consiglio permanente della Cei di marzo. I vescovi ribadiscono unanimemente che è un diritto dovere della Chiesa pronunciarsi con chiarezza di fronte a scelte etiche e legislative di primaria importanza».
Bene.
«Poi constatano con favore la costituzione del Comitato Scienza e Vita. Quindi riconoscono - ecco il punto più delicato - la legittimità e la validità della scelta di non partecipare al voto referendario. E infine c´è la spiegazione che questa scelta - che io non condivido pienamente - non si configura come disimpegno, ma come opposizione ferma ed efficace ai contenuti del referendum e alla stessa applicazione dello strumento referendario».
La conclusione?
«In questa dichiarazione non abbiamo toni ultimativi, abbiamo indicazioni offerte alla coscienza dei cattolici».
Quindi un cattolico che può fare?
«La Chiesa ha il diritto-dovere di pronunciarsi ed è legittima e valida la non partecipazione al voto. Quanto ai fedeli, regolatevi secondo coscienza!».
Tutto è lasciato al giudizio individuale?
«Un momento. Non parlo di una coscienza astratta, che va per conto suo. Mi riferisco sempre alla coscienza di un cattolico, che stando nella Chiesa ascolta il magistero e non ne prescinde mai. Dunque, una coscienza illuminata dai valori cristiani».
Non è singolare che l´imput alla campagna sia venuto dall´organo direttivo ristretto della Cei?
«Avrei preferito un´enunciazione di tutta l´assemblea dei vescovi, l´ho già detto altre volte. Un tema così grosso è da assemblea».
Pensa che l´assemblea dei vescovi eserciti fino in fondo il suo ruolo?
«Ho spesso criticato il metodo di lavoro della Cei, che pone i vescovi dinanzi a conclusioni raggiunte in precedenza».
Ma non ci sono i dibatti dell´assemblea generale?
«Certo che si svolge una discussione, ma rischia di avere un carattere, per così dire, retorico. Di che discutiamo se tutto è già deciso, se il presidente della Cei arriva con una prolusione già pubblicata sui mass media? Non abbiamo mai potuto cambiare qualcosa di ciò che era già stato deciso. Quando ci chiamano a votare, si vota su problemi già abbondantemente definiti prima».
Spera in un cambiamento?
«Mi auguro che in questa nuova fase della vita della Chiesa, si apra la possibilità di una maggiore partecipazione e di un dibattito caratterizzato da maggiore creatività. Con l´attuale dirigenza la Cei si è appiattita sul magistero papale. Ma se noi dobbiamo solo ripetere ciò che dice il Papa, possiamo andare a casa e dire semplicemente: "Il Papa vuole così, facciamo così"».
Al Comitato Scienza e Vita il campaign manager è il vicedirettore dell´Avvenire. Condivide?
«Non lo trovo giusto. Perché poi questa campagna giunge nelle parrocchie, che sono state invase da tutti i volantini del Comitato Scienza e Vita con l´effetto che la gente li prende, ritenendoli praticamente la linea che la gerarchia propone. Personalmente ho sempre combattuto qualunque intrusione di propaganda politica nelle parrocchie e nelle diocesi».
Perché è contrario?
«Questo legame tra Avvenire e la campagna astensionista lega il quotidiano dei cattolici, che poi è della Cei, a una campagna che secondo me riaccende nella società contrasti che avevamo cercato di superare».
Come giudica nel merito l´indicazione astensionista?
«Penso che sia prevalsa una mentalità tattica per utilizzare l´assenza abituale degli elettori. E non avrei timore di dire che la scelta nasce un po´ dalla paura di misurarsi. Mentre io mi misurerei e vorrei vedere in faccia la realtà. Perché tentare di nasconderla dietro il velo dell´astensione? Non credo sia un atteggiamento di evangelizzazione. Piuttosto è un atteggiamento di difesa, un aggrapparsi a una legge senza poter poi bloccare il cammino della scienza e senza fermare quelle persone che sono spinte a fare delle scelte particolari in certe situazioni».
Lei cosa preferirebbe?
«Si dovrebbe affrontare il problema in sede legislativa dopo e nonostante il referendum. Cercando di arrivare ad una legge meno problematica dell´attuale con un tentativo serio, direi laico nel senso più alto del termine, per regolamentare il problema senza un´imposizione dottrinale né di una parte né dell´altra».
Confrontandosi con la scienza?
«Mi auguro che il cammino della scienza ci aiuterà a ripensare determinati problemi e aiuterà la gente a fare scelte sempre più responsabili, poiché qui non è in gioco la vittoria elettorale in un collegio, ma è in gioco la vita dell´uomo, che non si può mettere ai voti né valutare oggi e in futuro con piccole furbizie elettorali che mi lasciano perplesso».
Uno dei nodi è proprio la ricerca scientifica.
«Deve essere seria, sgombra da motivazioni di prestigio e anche da interessi economici. Considerando la dignità dell´uomo, che non è un ammasso di cellule».
Sull´embrione le valutazioni si divaricano. Lei cosa pensa?
«Sappiamo che san Tommaso pensava ad un´animazione progressiva dell´embrione. Quando ci rifletto, mi dico che noi oggi accettiamo un evoluzionismo cattolico. Nel senso che c´è l´evoluzione, però Dio la guida e a un certo punto dona l´animo all´essere progredito, all´uomo. Perché non ammettere anche questo evoluzionismo nell´embrione? C´è un embrione che si sta sviluppando e a un certo punto Dio dona l´anima».
Potrebbe essere un punto di vista diverso?
«Voglio dire: non diamo per dogmi di fede ciò che possono essere verità non suffragate neanche dalla dottrina tradizionale. Molte volte diventiamo dogmatici al di fuori di quello che è il dogma».

