Ground Zero, 9/11
Sono passati 5 anni. Sono passati in fretta? Oggi stiamo meglio? Ma che c’entriamo noi, in Italia, in Europa, con New York? E loro come stanno? Si sono scelti lo stesso presidente sciocco, se la sono cercata, sono stupidi, sono americani, sono imperialisti … quante volte ho sentito e letto le stesse scemenze, le stesse malefedi sostenute con la stupida lucidità di chi ha trovato un modo per spegnere il cervello e abbandonarsi a quello che i politicamente corretti e moralmente superiori gli hanno iniettato per farli stare sereni … gente pericolosa per sé e per gli altri, per la quale il disprezzo è talmente forte che mi fa stare calmo, come quel film con De Niro in cui i malati di parkinson stavano talmente male che invece di muoversi in fretta risultavano catatonici.Ground Zero è una ferita che non si chiude. Ci vado sempre, quando sono a New York, e rimango lì a guardare il buco. C’è un senso di unicità, a Ground Zero. Scendi sulla Broadway, finiscono le strade che incroci contraddistinte da un numero. Poi attraversi Soho, e intravedi già Church Street. Se guardi in alto, camminando verso downtown, ci sono grattacieli ovunque o quasi: ma poi, ad un certo punto, incontri i postini che escono dal loro quartier generale e sai che sta per succedere qualcosa nel tuo orizzonte. Succede in un momento, e avverti che sei lì. La gente passa e corre esattamente come altrove, ma tu vedi questo vuoto troppo grande per non essere riempito: non è un’area che velocemente riattrezzeranno per un parcheggio, o per un nuovo grattacielo, o per un complesso residenziale di lusso. Non è un angolo tra un palazzo ed un altro, è un cratere enorme, che disturba l’orizzonte al quale sei abituato perché non lo interrompe. E perché tu lo sai, eccome se lo sai, che lo interrompeva magnificamente.
Devi piangere, quando sei lì? Ti senti in imbarazzo? Cosa viene a fare la gente qui, a vedere un buco? Che facciamo, ci scattiamo una foto? E che faccia faccio, un sorriso pare brutto, forse un mezzo sorriso che vorrebbe esprimere solidarietà e dispiacere? Guarda, lì ci sono i nomi delle vittime, o meglio dei caduti, o meglio dei morti … ma come li chiamiamo quelli che non ci sono più per colpa di una folle ideologia perversa e una cieca dedizione all’odio? C’è gente che riprende con la telecamera tutta la serie di foto che ricorda come andò. C’è la bandiera, ovviamente, e c’è una poliziotta di guardia con la bandana a stelle e strisce che significa orgoglio, attaccamento alla patria, dimostrazione che la polizia di New York non si piega e onora coloro che non ci sono più: e tu lo sai, ma cosa vuoi andarle a dire che non le sia già stato detto? Ti avvicini commosso, e quando sei davanti a lei piangi, dietro di lei il buco e la bandiera. Lei ti guarda: questo potrebbe essere un malintenzionato, cosa vuole da me, e sappiamo che l’atteggiamento della polizia di New York è giustamente diffidente di principio. Ma lei ti guarda, sorride comprensiva, e ti dice che no, non sei il primo al quale capita tutto questo. Ti stringe la mano, e tu la ringrazi per tutto, e piangi come un bambino, e ti maledici tra i singhiozzi per non riuscire a spiegare quanto sei grato a lei, ai suoi colleghi, ai suoi concittadini, al suo popolo. Ti maledici perché sei così dannatamente invidioso, senza alcuna cattiveria, di chi condivide la magnificenza e la grandezza di essere cittadino americano, di vivere a New York, e di servire quella patria e quella città.
Fa caldo ora, come quel giorno. C’è il sole in alto ora, come quel giorno. Sei innamorato dell’America ora, più di quel giorno. Vorresti abbracciare i tuoi cari ora, come quel giorno. Ma guardi in alto, ti guardi intorno, vedi la bandiera. C’è un tipo che suona l’inno con un flauto, le tue orecchie allenate a quelle note lo percepiscono forte e chiaro tra i rumori: è un sollievo per il cuore gonfio di emozioni e sentimenti troppo grandi. Sudi freddo, stamattina quel simpatico inglese completamente tatuato che in Christopher Street ti ha marchiato per sempre il braccio sinistro con il simbolo IloveNY ti ha detto di non sudarci, ma come si fa? Chiudi gli occhi, e senti le lacrime che continuano a scorrere sulle tue guance. L’odore è indefinito, il suono è quello del traffico e dell’inno e della vita di New York. Sei con gli occhi chiusi, e pensi a quella mattina di 5 anni fa. Cerchi di rivivere la scena, che tante volte hai rivisto, che hai cercato da tutte le angolazioni chiedendoti perché ti facessi tanto male a rivederla così spesso, sei forse il più grande esperto di filmati sull’undici settembre che ci sia in Italia, li hai visti tutti, scaricandoli da internet o registrandoli dalla tv, comprando dvd. Da qui è arrivato il primo aereo, da lì il secondo. Quanto inconcepibile sarà stato vivere quei momenti? Come l’atterraggio di un’astronave aliena, qualcosa che la mente fatica a collegare con la realtà quotidiana qualsiasi. Uno shock, e poi i fogli che volano, ed i corpi che volano, la gente che scappa, ti sembra di sentirli passare accanto a te come fantasmi che non se ne andranno più, come coloro dispersi e mai più ritrovati che non daranno mai pace ai loro congiunti e che probabilmente sono la cosa più vicina ai fantasmi che il mondo reale possa partorire e concepire. Il panico, l’incredulità, l’incomprensione. La stranezza e l’inaspettato in un posto come Downtown New York dove tutto è programmato, e dove si programma di tutto. Gli occhi ancora chiusi, ti rimbombano nella testa le parole di Bin Laden, e di chi gli paragona Bush; dei vari kamikaze che lasciano i loro deliri ad una telecamera, e dei vari vigliacchi che fanno lo stesso ma in uno studio televisivo, seduti su comode poltrone con fuori l’autista che li aspetta per portarli nelle loro comode case, dove i loro figli non avranno coraggio ma nemmeno dubbi nel chiedere loro: perché l’hanno fatto? Lo rifaranno? Lo faranno qui? E come reagiremo se lo faranno? Come lo impediremo, e cosa faremo dopo?
Apri gli occhi, e sei a Ground Zero. La gente di fronte alle foto è cambiata, alcuni chiedono una foto a qualche turista, l’ufficio informazioni è aperto ma nessuno osa avvicinarsi. La poliziotta di colore con la bandana a stelle e strisce ti guarda, e tu guardi lei. Le vedi gli occhi e sai che lei vede i tuoi, ancora velati dalle lacrime. E sai, o forse speri e ti illudi di sapere, che sei riuscito senza parlare a spiegarle quanto le sei grato, quanto ammiri la polizia di New York, quanto ami questa città, quanto rispetti e sei grato a questo Paese. Ti incammini confuso e per un attimo non cogli la direzione da prendere, tu che a New York non sbagli mai strada: le gambe pesanti, il cuore di più, l’anima in pena, lo sguardo triste ma speranzoso. Sei a Ground Zero, sai che ci ritornerai sempre, ogni volta che verrai qui, sperando che siano tantissime. Rimpiangi di non avere mai visto le torri dal vivo, di non esserci mai salito, ricordi il racconto di tua madre e della cena con tuo padre al Windows on the world. Telefoni a tua moglie e a tua figlia, senza dar loro pensiero ti sforzi di essere allegro senza dire in che parte di New York ti trovi. Forse capiscono dove sei, da quante volte inconsciamente rubi ai caduti la frase che più spesso hanno detto lasciando messaggi nelle segreterie telefoniche o riuscendo a parlare con i propri cari prima che le torri crollassero: dici loro che le ami.

